Amore che vieni: un racconto di Angelica D’Agliano

di Trasciatti il 8 ottobre 2010 · 0 commenti

Anche se era vietato fumare, la vecchia si era accesa una Muratti e aveva gettato il cerino nel fondo della teiera. Per spegnerlo, diceva. Twinings e sigaretta. Col bocchino. I camerieri la lasciavano fare, perché era una cliente storica e dava buone mance. Portava le unghie lunghe e guardava la nipote a occhi socchiusi, attraverso le nuvole di tabacco puzzolente. La ragazza pensava ai fatti suoi, e lo dimostrava sistemandosi garbatamente il reggiseno con gli indici e i pollici di entrambe le mani, quando credeva che nessuno la osservasse. Sembrava che la conversazione fosse cominciata ormai da tempo, e che la ragazza non avesse ancora aperto bocca. “Quando avevo press’a poco la tua età incontrai un giovanotto del quale credevo di essere molto innamorata. Ci frequentammo a lungo, ci baciammo spesso, e alla fine ci dicemmo ti amo. Quando tutto sembrava perfetto, lui iniziò a scorreggiare”.

Si fermò, per vedere se le sue parole avevano avuto effetto, e per lasciarle il tempo di replicare. “Davvero?” fece lei, intanto che masticava la cingomma e guardava la gente passare dalla vetrina. “Io proprio non ci riuscivo. Nonostante lui tonasse come il mare in tempesta, io non me la sentivo di fare vento in sua presenza. Secondo me non stava bene”. Con la punta del mignolo raccolse qualcosa all’interno della narice. “Sì, insomma, credevo che una donna non dovesse fare certe cose”. Scosse lentamente le testa. “Ero completamente stupida”. Le dette un’occhiataccia. “Proprio come te, figlia mia”.

Fuori, piazza San Michele era stracolma di gente. Chi viaggiava col gelato in mano, chi scattava foto, chi bighellonava all’ombra dei portici. La ragazza li osservava e intanto mandava messaggi col telefonino. La vecchia continuava. Che la ascoltassero o meno, non le importava più di tanto. “Incontrai un altro, e ci dicemmo le stesse cose, ma proprio le stesse, di quello prima. Lui voleva portarmi a vivere in una casetta vicino a una cartiera. E la situazione non cambiò poi di molto. Anzi, forse peggiorò, perché dalla puzza dei peti, molesta ma innocua e saltuaria, ero passata alla puzza delle fabbriche, che dura tutto il giorno e fa pure male alla salute”. “Davvero? interessante” “Ne trovai uno che si vergognava dei pompini però non si nettava il culo”. Finalmente la ragazza sembrò scossa. “Delle mutande inguardabili. A diciassette anni ebbi un ragazzo che mi presentò alla famiglia e disse a tutti che ero la donna che avrebbe voluto sposare e tenere con sé per il resto dei suoi giorni. Quando lo andavo a trovare a casa sua mi faceva mettere la tuta, perché secondo lui vestirsi in un certo modo non stava bene. Perdeva le bave dietro a una sua amica compaesana che faceva la modella, e quando eravamo al mare tutti insieme lui mi guardava i rotolini di ciccia e la cellulite con profonda compassione. Mi chiedeva in continuazione se potevo toccarlo, una volta, almeno una volta sola. Io ero vergine e me lo ricordo ancora coi pantaloni sbottonati e l’uccello in mano, che me lo puntava contro mentre io scappavo via. Santo cielo, scappavo via!”.

Stavolta però la ragazza era impegnata col telefono, e non disse nulla. “Non ci credi, eh? Allora ascolta. Uno era praticamente perfetto, ma quando si emozionava puzzava come un becco. Il giorno in cui si dichiarò gli dissi che non ne volevo sapere, ma solo perché era impossibile stargli accanto”. “Certo, nonna, certo”.“Figlia, come vedi non ti racconto bugie. La cosa più difficile è passare dalle convenzioni alla vita vera. Ma mi stai ascoltando? Come si chiama il giovanotto che esce con te?” La ragazza, punta sul vivo, le dette un’occhiata di sbieco. La vecchia sembrò impaurita. “Vedi, figlia, il problema non è tanto trovare quello giusto. Il problema è capirsi. Intelligenti o stupidi, belli o brutti, il problema è capire veramente che siamo uomini”.

Ora la ragazza si era alzata. Aveva capelli molto lunghi, di un castano nocciola delizioso. La vecchia si fece piccina. Spalle magre, fianchi torniti, occhi da leonessa. Squisitamente consapevole di essere bellissima. “Figlia, figlia, cerca di capire. Il problema è che gli uomini e le donne scorreggiano, cacano, ruttano…” Lei le porse la mano, la vecchia si ritrasse. “Nonna” “No, figlia, non ti devi offendere… non per questo…” stavolta le mise un braccio sotto la spalla “Nonna, è tardi. Andiamo”. La vecchia ammutolì. Insieme uscirono dal bar e attraversarono piazza san Michele nel sole che muore, una rassegnata, l’altra sollevata. Due passi prima di rientrare alla casa di cura Santa Zita, e prima di consumare l’appuntamento con l’ennesimo fidanzato.

(Nella foto: scimmie al Giardino di Boboli, Firenze)

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