Marisa Cecchetti recensisce "Il cavaliere verde"

A proposito de Il cavaliere verde di Nicola Dal Falco, ultimo nato della collana I Libratti

L’acqua è un elemento trasversale al narrare di Nicola Dal Falco.
E’ costante la presenza del lago, intorno al quale la vita sta come in un’atmosfera sospesa, lago come punto di sicurezza per chi non osa il distacco, “perché la riva del lago è preziosa ai pensieri, fissando per sempre la figura del tempo”. Immobilità di lago che porta “le cose stupite” a piombare in “una specie di afasia”, lago che è “fermo macchina” in cui si annega l’ansia nel ripetersi di riti, specchio dal fondo gelido su cui si sbriciolano le cose.
Passano figure eccentriche nel suo narrare, colte quasi nella loro incorporeità, figure vicine alla deità, mitiche: “Verde il cavallo, verde la gualdrappa, la sella., i finimenti, verde l’armatura, la gigantesca ascia, le mani, il viso, i capelli”. Ma anche le piante, gli animali, gli oggetti, tutti hanno qualcosa che non è della terra: “vide quella cosa scendere, occupando tutta la larghezza della strada. Era bianca, profonda, una chioma ritta e gonfia su due gambe nervose”
Il piacere della narrazione si riallaccia alla antica tradizione dell’oralità, recuperando il mito, la leggenda e la fiaba. Solo attraverso il simbolo si può andare oltre la realtà, solo “lo stacco di un pensiero può liberarti dal fondo” e mostrarti il quotidiano nel suo “assoluto relativo”. Questo salto oltre le cose appare come una tensione costante, per cui il senso del limen, della soglia, confine tra il reale e l’irreale, tra il detto e non detto, tra oggi e domani, tra la vita e la morte, accompagna il lettore. Per questo l’elemento acqueo rappresentato dal lago nella sua stasi di morte, altrove diventa vita,  perché noi “cerchiamo…il buio cerchiato di un pozzo”, ed “a quell’acqua che placa e disseta, che custodisce  e ridà la luce ci siamo avvicinati, ognuno con la sua cecità e la sua arsura”, e persino le corti conservano “spezie di mare” nei sassi, tolti all’Adige”.  Acqua che costituisce essa stessa una soglia, da cui è necessario uscire più consapevoli, mondati, per riprendere contatto col corpo. Frontiera che bisogna superare, “perché a furia di contemplarla se ne perde il senso”, perché oltre c’è la conoscenza.
La morte si insinua sottile, diffusa nel paesaggio e tra gli uomini, compagna impalpabile dei nostri giorni: “Così, la morte lascia che scorra un tempo promesso, desiderato, e al termine esige il suo colpo…Verde va per il mondo la morte, dolce e cruda d’aspetto, improvvisa eppure fiorente. Radice che semina di sé verdi polloni, rigenerando un prato amaro”. Allora solo la memoria può venire in aiuto, come a Zi’ Francesco che continua, attraverso i volti di tutte le donne, a dar vita a  quello di sua madre, a dimostrazione che non si muore finché viviamo nel ricordo.
Il narrare di Dal Falco evoca gli incipit di Calvino de “Le città invisibili”: “Forse un acquarello o una semplice china possono rendere l’atmosfera sospesa di Sostaga: le tre cime che spuntano come zanne dal bosco, i cipressi, i prati intorno alla villa arancione e la ripa che, qualche metro più in là, precipita nel lago”. La parola è rotonda e sensuale, altamente poetica, quasi privata anch’essa del peso stesso del significante. Una prosa allusiva, che narrando punta sul fascino della evocazione e contiene un ritmo cadenzato di poesia: “Piovono raggi dall’astro notturno,/si bagna di stelle la terra,/raccogliendo nei fossi/i sogni, vicini al mattino”.

Marisa Cecchetti

(Nella foto: Nicola Dal Falco)

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