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L'importanza delle pulizie...e cinque
Ven, 02/29/2008 - 09:28
5. Stelle elettriche
Il cielo è pasticciato di nuvole filanti che il vento disperde in strascichi fumosi.
La professoressa di scienze Olivia Goglio e il professore di lettere Primo Vanzegoni conducono il corteo di studenti all'ingresso dei Giardini pubblici di Porta Venezia. Sono quattro classi del ginnasio, due quarte e due quinte.
In mezzo ai ragazzi si riconosce il soprabito turchese della professoressa Verdelli, intenta a dirimere una questione linguistica sul significato di una frase in una canzone dei Nirvana. Più indietro un gruppetto di tre ragazzine rivendica la superiorità dei Back Street Boys cantando a squarciagola How do I fall in love.
Abbagliato dal festival multicolore di zainetti, squilli di telefonini, gerghi onomatopeici, parolacce e inverosimili passaggi di i-pod, il professor Scomazzon chiude la fila tre passi più indietro, apparentemente distratto.
Bianca e Alfredo, adesso lontani ma tra poco di nuovo vicini in un continuo rimescolamento di capannelli, non sospettano di essere sorvegliati.
"Ragazzi, ragazzi" arresta la scolaresca con un'energica alzata di braccio la Goglio, spiccia di ordini davanti al portone del Planetario.
"Un attimo di silenzio, per favore. Prima di tutto spegnete subito i telefonini, spegnete anche il silenziatore. Dentro non voglio vedere una sola fonte luminosa che non sia quella di una stella. Intesi? Adesso mettetevi in fila per due che entriamo. Un attimo ancora. Una volta dentro vi sedete nel posto che trovate e da lì non vi muovete più."
"Professoressa? E se uno deve andare in bagno alza la mano anche al buio?" domanda il provocatore di turno sollevando una risata collettiva con cui iniziano le operazioni di ingresso.
Bianca e Alfredo si scambiano un cenno d'intesa. Scomazzon li osserva. Bianca si sfila di dosso il marsupio di tela blu e comincia a cercare qualcosa mentre i compagni le passano davanti. Anche Alfredo si ferma, cincischia un po' col telefonino, lo ricaccia nella giacca di renna attorcigliata alla vita quando Vanzegoni gli tocca benevolmente una spalla.
Piano piano il vocio trasferisce il suo epicentro all'interno del Planetario. Ancora qualche imprecazione, le solite battute e le risate stridule degli ultimi della fila, notoriamente i più tumultuosi. Con loro, Bianca e Alfredo. Parlottano a bassa voce. Scomazzon si è avvicinato abbastanza per ricostruire dalle ultime sillabe le parole macchina fotografica.
La sala del Planetario è un grosso cinema senza schermo.
Le poltroncine sono già gremite di ragazzi vociferanti. C'è chi litiga per il posto, chi accenna a una colluttazione subito sedata dall'urlo della Goglio: "Ragazzi!!!!!".
Bianca e Alfredo stanno prendendo posto sulle sedie laterali dell'ultima fila accanto all'uscita.
"No, ragazzi" li richiama la Verdelli "questi posti sono per il professor Vanzegoni e il professor Scomazzon. Nel caso che a qualcuno di voi venisse l'idea di farsi un giro fuori. Voi due venite avanti con me."
Né Bianca né Alfredo provano a replicare. Sbuffano arrendevoli e scortati dalla camminata svelta della Verdelli raggiungono i loro posti in prima fila vicino alla professoressa.
"Silenzio!!!!" È di nuovo la Goglio, che ha ripreso a parlottare con la guida del Planetario accanto al leggio dove è posto un microfono spento.
"Ci canti qualcosa, prof!" la incoraggia un ragazzo allampanato fasciato da un paio di occhiali neri da motociclista. I suoi vicini moltiplicano le incitazioni.
Una ragazza grida: "Lù, sei grande!".
La Verdelli rivolta a Alfredo: "Insomma!".
Bianca indispettita: "Lui che c'entra?".
"Tutti zitti e seduti. Adesso spegniamo le luci." La Goglio ha acceso il microfono e con innocua vanità chiede rassicurazioni alla guida: "Si sente bene la voce?".
Le luci si spengono.
Urla scurrili, commentacci, fischi, frastuono di rutti.
L'emisfero australe si illumina sopra le teste dei ragazzi. La Goglio li prepara: "Guardate", mentre un coriandolio di luci disegna un perfetto cielo stellato e una calma irreale si diffonde nella platea.
Il professor Vanzegoni è insofferente sulla poltroncina: "Senti Scomazzon, dici che qualcuno se ne accorge se io me la svigno per una mezz'oretta? Tanto guardano tutti in alto e la nostra fila è vuota. Qui a due passi, all'inizio di corso Buenos Aires, ci sono delle bancarelle di libri. Io quasi quasi andrei a darci un'occhiatina."
"Vai pure, non ti preoccupare" lo congeda distrattamente senza badare alla mano tesa di Vanzegoni che dopo una breve attesa si avvia in punta di piedi verso l'uscita.
Il polso di Bianca si illumina di verde: il quadrante dell'orologio segna le 10:57:22.
"Spegni subito quella luce!"
Oltre la spalla della Verdelli Alfredo le indica con un cenno di testa che non c'è più niente da fare.
"Insomma, ragazzi. Volete o no guardare la stella polare?"
La voce della Goglio ha acquisito la dimestichezza striata di petulanza delle voci fuori campo dei documentari sulla tivù svizzera.
Scomazzon si rigira sulla poltroncina. È impaziente. Scruta la folla di teste calamitate verso l'alto da una moltitudine di illusioni elettriche. Le mani scosse da un leggero tremolio guidano la sua tentazione verso le maniglie della borsa. Avverte l'impatto caldo con il cuoio, lo stringe con il palmo della mano. Le dita completano la presa raggiungendo l'incavo sotto il pollice. Smette di pensare.
Si alza dalla poltrona. Gli occorrono quattro passi per sfilare oltre la tenda e ritrovarsi nell'androne deserto. Dietro il vetro della biglietteria una sedia vuota. Sempre più remota, la voce della Goglio scandaglia le nebbie della via lattea.
È fuori.
L'appuntamento dello scherzo è fissato tra meno tre minuti. Lo stesso tempo che gli occorre per percorrere la distanza che lo separa dal lato di via Palestro del Museo naturale.
Deve superare tutta la facciata principale dell'ingresso del Museo.
Camminando deciso ma senza imprimere una fretta eccessiva all'andatura, abbraccia la borsa di cuoio. Trova la linguetta della cerniera: la fa scorrere con uno strappo secco.
Sotto la scalinata del Museo due venditori ambulanti parlano tra di loro in una lingua araba. Neanche lo fermano per vendergli le sigarette di cui traboccano i borsoni appoggiati ai loro piedi.
La mano sinistra sorregge dal basso la borsa di cuoio schiacciandola allo stesso tempo contro l'addome. La mano destra è immersa all'interno della borsa. Alla fine del muro del Museo, prima di svoltare l'angolo a quarantacinque gradi, la mano impugna il fazzoletto in cui è avvolto il punteruolo di metallo.
Gira a destra: si ferma.
Calcola mentalmente la ventina di passi che lo dividono da un uomo in frac che si guarda spaurito attorno.
Alla sua destra è protetto dal muro del Museo.
Alla sinistra il cancello di ferro non impedisce ai passanti di via Palestro di seguire le sue mosse. C'è il parcheggiatore con la pettorina fluorescente arancione, ci sono due persone che stanno comprando da lui i tagliandi per il parcheggio. C'è una signora con un passeggino che cammina sul marciapiede in senso parallelo alla sua marcia.
Davanti, tra lui e l'uomo in frac, un cane libero, un barboncino, il cui padrone presumibilmente è l'uomo laggiù che avanza intingendo le mani in un sacchetto di patatine.
Dietro: voci indistinte, rumore di traffico, il rombo di una moto.
Riprende a camminare in direzione dell'uomo in frac.
Nota subito lo jabot sfrangiato della camicia. I capelli impomatati all'indietro gli ricordano un vecchio zio spretato.
Ha percorso metà della distanza che lo separa dall'uomo in frac. L'andatura è impercettibilmente calata.
L'uomo in frac si è girato di spalle: la coda destra del frac è arricciata all'insù.
Scomazzon solleva il punteruolo fino all'imboccatura della cerniera.
L'uomo in frac si è girato di nuovo: lo guarda, distoglie lo sguardo, lo prolunga oltre la sua testa.
La donna col passeggino sta attraversando la strada. La frenata di un'auto provoca l'insulto di un pedone. Anche il mangiatore di patatine segue lo sviluppo dell'incidente mancato. Potrebbe essere il parcheggiatore che grida: "Non è il caso di usare le mani!". L'uomo col frac fissa incredulo la scena alla sua destra. Che è la sinistra di Scomazzon.
Tre, due: manca un passo alla pancia straboccante dal frac. Una ventata di naftalina, la mano pronta a scattare. L'esitazione di un secondo: "Cesare!".
L'uomo con le patatine, ma ora è un ragazzo con la bocca sbaffata di scheggioline gialle, richiama il suo barboncino.
"Lei è un uomo fortunato" sibila Scomazzon oltrepassando la faccia gelatinosa dell'uomo col frac: quarant'anni infettati di alitosi e un ondeggiare ripetuto degli occhi, come bisognosi di mettere ossessivamente a fuoco la realtà circostante.
"Scusi, dice a me?"
Scomazzon non risponde, mentre lascia ricadere il punteruolo sul fondo della borsa.
Bella l'atmosfera al planetario e l'ambientazione nel caos cittadino di prima mattina.Anche qui alcuni rimandi e suggestioni.
S.A.