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Riletture: il caos ossessivo di Veronesi (by Sebastiano Mondadori)
Gio, 01/17/2008 - 22:36
Qualche sera fa, davanti a un'amica che mi raccontava di come si rifiuti di salire su un aereo dopo l'11 settembre e di evitare la metropolitana tranne in casi eccezionali dopo le bombe di Londra, mi sono ritrovato a suggerire senza pensarci di assecondarle, queste paure. Ha riso un po' leziosa, corrucciatamente allusiva come ai tempi del liceo: il marito brianzolo, per di più ingegnere, la esorta sempre a affrontarle. Poco dopo, restituito al clamore festivo di sbarluccichii metropolitani dell'ennesimo Natale, ho ripensato alla sua reazione: alla certezza con cui ha contrapposto i due atteggiamenti. Come se assecondare comportasse già un rifiuto, la resa solo un passo prima della rimozione, e se affrontare coincidesse con la promessa di essere all'altezza di un sentimento da superare, visto che quello è lo scopo: annientarlo. Pur non avendo toccato alcol dalla mia amica - sempre che non si voglia definire tale il prosecchino della suocera, intima del cardinal Tettamanzi -, per uscire dall'impasse sono ricaduto un'altra volta in quel vecchio trucco che nella vita non riesce mai. Immaginare di provare a vivere come se l'avessi già fatto, declassando l'esperienza a ricordo, inchiodando il presente alla ripetizione del passato. In fondo, per quale altra ragione leggeremmo tanti libri e vedremmo tanti film, o più semplicemente come mai saremmo così famelici di storie senza almeno illuderci di essere preparati quando le ritroveremo un giorno nella vita? Ricordarle, perché in qualche modo ci siamo già passati, e riconoscendole avere già a disposizione l'espressione, la battuta e i movimenti giusti.
Sostituendo la paura con la sofferenza, mi accorgo di aver trovato il modo per insinuarmi nel circolo ossessivo di Caos calmo (Bompiani, 2006, pp. 451), un libro che si ama o si odia per intero - e questo è già di per sé un riconoscimento alla personalità di uno scrittore - e che io ho amato prima di tutto per il coraggio di spingersi là dove si era arrestato nella Forza del passato, accettando di scoprire cosa si nasconde dietro una rivelazione inattesa, là un' identità clandestina e un tradimento, qui le conseguenze di una tragedia. Giunto al quinto romanzo in diciassette anni, Sandro Veronesi scaraventa quasi fisicamente la sua scrittura oltre l'evidenza del talento per imbrattarla di quella cosa sporca e vischiosa che si chiama coscienza. Il traguardo di questo salto, in sintomatica coincidenza con l'interdizione mentale del padre del protagonista che si assume in pieno la paternità della storia, è la conversione dello stile in voce: testimone e indagatrice, quasi posseduta da un'incessante interrogazione che solo alla fine si rivelerà un'esperienza conoscitiva e espiatoria insieme, nella coscienza di un fallimento. La voce che si infiltra - e li sobilla e li monta nell'illusione di maneggiarli e li subisce suo malgrado - nei suoi pensieri che sono lui: per parafrasare una sentenza di Emerson tanto cara a Veronesi. Una voce premonitrice dell'allerta che incalza le nostre esistenze nell'attesa dell'irreparabile, pronta a disgregarsi in tutta la sua impotenza - onnivora, narcisistica, scaltrita da un'ironia sinceramente apprensiva - di fronte alla seconda attesa che segue all' irreparabile, nel tentativo di attribuirgli un significato, ma prima ancora nella ricerca di una reazione che legittimi il significato stesso dell'irreparabile. Tutto ha fine - o così dovrebbe con il raggiungimento di una sofferenza incapace di penetrare la bolla anestetica che preserva dal mondo Pietro Palladini.
Il libro comincia due volte. La prima su una spiaggia della Maremma dove il protagonista e il fratello compiono un doppio salvataggio di due donne che stanno per affogare. Un attacco, per concisione e per suspense degno di quello dell'Amore fatale di McEwan, vissuto in presa diretta da Pietro. A perdifiato, con tutto l'affanno e la paradossalità di una dinamica sempre più promiscua, in cui la lotta contro la morte e l'imprevista eccitazione si combinano in una sorta di sodomizzazione salvifica che macchia l'eroismo di una vergogna già colpevole. Ma non c'è tempo per le spiegazioni, Pietro e Carlo vengono inghiottiti nell'anonimità del capannello di amici e spettatori per allontanarsi dalla spiaggia rassegnati a una solenne incazzatura. A casa li aspettano Lara e Claudia. La compagna di Pietro che sposerà fra una settimana dopo undici anni di convivenza e la loro figlia decenne: le protagoniste non viste della vera tragedia che si è consumata mentre i fratelli stavano salvando delle sconosciute. Un aneurisma ha stroncato la vita di Lara davanti allo sguardo inerme di Claudia, e Pietro non c'era.
Il libro comincia la seconda volta all'apertura dell'anno scolastico. Dal giorno della tragedia sono passate due settimane. Il comportamento di Claudia non tradisce il minimo cedimento al dolore. A dispetto della pena e della curiosità che li circondano, padre e figlia convivono in un'inspiegabile normalità: come se nulla fosse accaduto. Salutandola, in uno slancio d'affetto - ma dietro l'offerta d'aiuto spesso si cela un bisogno -, Pietro si offre di aspettarla in auto sotto la sua aula fino all'uscita alle quattro. Lo dice senza ancora crederci, troppo fiero del suo slancio per comprendere di aver già preso una decisione. Tutte le mattine Pietro Palladini accompagna la figlia e la aspetta in auto nella piazza davanti alla scuola. Giorno dopo giorno prende forma una commedia di volti, abitudini, imprevisti e piccoli rituali che vanno a comporre il teatro di una realtà spaesata nel tempo liberato d'impegni di Pietro, che sviluppa un'attenzione sempre più perspicace per il mondo circostante e riserva agli accadimenti ininfluenti uno sguardo altrimenti risucchiato nel flusso inarrestabile della vita. Mentre un caldo canicolare allaga di presagi l'avanzare dell' autunno, diventano figure famigliari il vigile urbano, la ragazza carina che porta a spasso ai giardinetti il golden retriever, i professori di cui ha imparato gli orari di entrata e uscita, le commesse dell'agenzia di viaggi, la mamma con il figlio down che saluta corrisposto il segnale lampeggiante dell'allarme della sua auto, e a poco a poco gli si imprimono nella mente ormai allenata i loro gesti ricorrenti, le loro sviste, la "quantità di dettagli" da cui risalire a delle vite che non conoscerà mai. Agiato direttore di una pay tv di una multinazionale al centro di una complessa fusione con un altro gruppo, il quarantenne Pietro si può permettere di lavorare dal cellulare della sua Audi super accessoriata. Questo suo isolamento, anzi, diventa un punto di forza agli occhi di superiori e colleghi che uno dopo l'altro lo vanno a trovare nella "sua" piazza. Dopo l'iniziale sconcerto, in un primo tempo accompagnato da un moto di pietà che a seconda dei rapporti volge in preoccupazione o impazienza, il suo esilio dalla normalità diventa la meta di un pellegrinaggio di anime sperdute. Davanti alla prova del suo dolore - che altro significato dare a un gesto così assoluto? -, le persone si sentono in diritto di confessarsi: e gli rivelano segreti, paure, insicurezze, sofferenze, certe di essere capite. Che ossessione vana e insopprimibile e però umana, quella di essere capiti, tanto ciechi da non riconoscere nell'ascolto da parte degli altri lo stesso valore che gli prestiamo noi, disponibili a ascoltare nella misura in cui gli altri ci spiegano qualcosa in più di noi. Così Pietro - da cui Veronesi prende le distanze menzionandolo nelle interviste sempre per cognome -, che fruga nel dolore altrui cercando il proprio. l fallimenti della bellissima e sfigata cognata Marta lo riguardano davvero quando lei mette in discussione il suo amore per Lara e rivela dei retroscena sulla presunta infelicità della sorella, dando vita a una ricerca troncata a metà, con un gustoso cameo via mail del Gianni Orzan della Forza del passato, che assume risvolti paranormali quando arriva a credere che lei gli parli dall'al di là attraverso le canzoni dei Radiohead. Persino il mancato dolore di Claudia lo scuote nella misura in cui avverte di essere impreparato a comprendere quanto gli sta accadendo, incapace di vedere dentro se stesso e tanto meno di essere di aiuto alla figlia, solo davanti ai fogli vuoti di un copione che non osa immaginare. Ciò che conta sono solo i pensieri di Pietro. La sua ansia sopita in una sospensione dei doveri - e quindi dei legami, delle abitudini, in definitiva dei sentimenti stessi: una vita parcheggiata in una piazza - aleggia sulle storie a cui assiste, in un ascolto che si specchia e al contempo si infrange contro la superficie di uno sguardo che lambisce una tragedia che non ha visto coi propri occhi. Ridotte a appendice dei suoi pensieri, le parole degli altri e in generale tutte le conversazioni non sono mai risolutive, né potrebbero esserlo dal momento che sono inconcepibili al di fuori del lungo soliloquio che sovrasta e assimila tutto quanto entra nella visuale di Palladini. Il punto di vista di Veronesi si discosta da quello del suo protagonista nel breve scarto tra l'afasia emotiva di Pietro e la sensibilità di una scrittura gettata senza remore nella mischia del mondo, per ricongiungersi nella desolazione priva di alibi in cui ogni persona comincia a guardare dentro la sua sconfitta personale e li lasciano lì, soli di storie: divertenti, bislacche, banali, disperate - gli altri. A partire dal curatore fallimentare del padre di Per dove parte questo treno allegro, mirabilmente svergognato in costume da bagno sotto il solleone insieme alla moglie, toccando l'apice nel l'epopea versiliese di Venite venite B-52, la letteratura di Veronesi è popolata da una galleria sensazionale di caratteristi, subito vittime dei loro difetti e in fondo già simpatici, figli di un talento inventivo in giocoso bilico tra impressionismo cinematografico e prontezza di battuta. I personaggi secondari di Caos calmo risentono dello spazio mentale in cui si muovono, una Milano più simbolica che riconoscibile, soprattutto se paragonata alla vividezza di certi scorci romani o allo scirocco che sferza di presentimenti certe serate viareggine dei libri precedenti. I loro stessi nomi Enoch, Piquet, Basler ma anche Jean-Claude, Thierry, Steiner e Boesson - contribuiscono a rivestire il racconto di una valenza paradigmatica, rafforzata dall'ambientazione svuotata di riferimenti troppo puntuali proprio perché aspira a rappresentare una situazione che potrebbe accadere in qualsiasi parte dell'occidente, come Veronesi stesso ama precisare. E l'ironia spadroneggiante dall'alto di un disincanto un po' menefreghista, che nella Forza del passato cominciava a contaminarsi con un'irrequietezza tenuta a bada dalla viltà, qui si rannicchia in una nota come si diceva prima apprensiva: un ossimoro - l'ironia apprensiva - su cui poggia l'ambiguità della voce narrante e dalla cui empatia o meno con il lettore dipendono molto le sorti del libro. Non tanto nei passaggi più squisitamente descrittivi - sostenuti da una verve strabocchevole di sottigliezze e moventi affidati all'imprevedibilità umana che nei momenti più felici strappa un plauso alla simpatia e in cui si riconosce la rarissima dote di saper mettere sulla pagina tutto ciò che le capita a tiro -, quanto nei controcanti riflessivi, se non viene colta nella sua umanità brulicante sotto la scorza di ruvidezza, l'ironia può essere fraintesa come un sotterfugio addirittura spiccio se non proprio brutale di guardare alla vita. Incastonato attorno a questo spazio mentale fuori dalla scuola, lo sviluppo delle vicende si trasferisce di volta in volta in altri luoghi, percepiti come un ritorno seppure provvisorio alla normalità. L'appartamento di Pietro dove sopravvivono le tracce di Lara. La camera da letto in cui addormenta Claudia, quasi a ribadire un senso di paternità a cui aggrapparsi con la forza ripetitiva degli atti quotidiani. Il salotto dove fuma l'oppio con il fratello, la sola persona con cui si confronta davvero nella certezza di un passato in comune, uno stilista di successo affetto da sindrome di Peter Pan, legato a suo modo a Claudia da un rapporto che ingelosisce Pietro: che emozione vederli insieme in uno sbando di intimità e torpidi dissapori, sotto il segno di una disfatta ancora bruciante, con Veronesi pronto a ricordarci che "C'è sempre un padre dietro le soddisfazioni che gli uomini si prendono nella vita". La casa della tragedia in Maremma dove stavolta sodomizza per davvero la donna a cui ha salvato la vita, risbucata per caso e per un altro gioco della sorte coinvolta nelle vicissitudini societarie di Pietro, in una scena liquidata da più parti come grottesca o ridicola quando invece coglie in tutta la sua goffaggine gesti sospiri pezzi di corpi: ciò che genericamente chiamiamo sesso, restituito alla scelleratezza dei fatti. La riunione dell'associazione Genitorinsieme a Gorgonzola per la conferenza su come spiegare la morte ai bambini culminata in una gaffe da sotterrarsi o svenire. La palestra dove Pietro assiste alla lezione di ginnastica della figlia, rassicurato dal caos calmo che regna sulla confusione senza affanni dei bambini: a tifare per un suo esercizio alla trave nel punto più toccante del libro: un'esplosione d'amore trafugata in un'occhiata d'intesa.
Anche il segreto della voce di Veronesi riposa (e si agita) in questo secondo ossimoro che dà il titolo al libro e significa tante cose, ma rimane nel cuore per quell'impalpabile senso di intangibilità che circonfonde i bambini in un'apnea invasa di clamore. Disturbante nella sua cacofonia eppure immagine rivelatrice di una scrittura tumultuosa costantemente pacificata da un richiamo all'ordine. Detto in altri termini, il caos si propaga, a volte proprio esplode nel carattere colloquiale, discorsivo, di uno stile affabulatorio, schiettamente ammiccante, schiacciato di proposito verso il basso, di una lingua colta immischiata in un quadro di riferimento consumistico senza alcuna velleità intellettuale, che pesca disinvoltamente da film, programmi televisivi, pubblicità, sport, canzonette, prodotti commerciali e d'improvviso alza la testa per spiegare il senso di una scelta inaspettata con lucidità lapidaria: "Il giudizio che accompagna le nostre azioni qualifica solo ciò che siamo, non ciò che eravamo prima". Mentre la calma che sorveglia questo materiale solo apparentemente dispersivo risiede nella visione di insieme che non sfugge mai alla mano dello scrittore e si deposita sulla pagina sotto forma di precisione. La collusione - non esente da sortite malandrine - tra discorsività e precisione mette in moto una scorrevolezza che prima lentamente, per assestamenti brevi, poi gonfiandosi di ritmo, una piena di fatti e cose e sensazioni spesso snocciolati con enfasi compilatoria, riversati come uno sfogo di malessere risvegliato dal dubbio, con impennate e accelerazioni sempre sul punto di rompere il fiato finché non lo rompe e allora impazza in libertà, erompe in tutta la sua esagerazione per dare finalmente vita al timbro della voce di Veronesi: la scioltezza.
Ripensata a lettura in corso, non ci poteva essere nulla di più esplicativo della primissima immagine di Pietro e Carlo che fanno surf. Quando la scioltezza è dispiegata in tutta la sua lungimiranza incontrollata, sembra di assistere a un'inarrestabile cavalcata su un moto ondoso fatto di libere associazioni srotolate a rotta di collo, cavalloni di immagini cose pensieri in una successione che elimina le gerarchie, un gigantesco blob della mente teso soltanto verso un accumulo visivo: che è ciò che di fatto abbiamo davanti agli occhi. Appena riavutosi da uno svenimento, Pietro sciorina una serie di domande alle quali non sa dare risposta apparentemente insensate: ma è nell'insensatezza che si manifesta la realtà. Letti da questa prospettiva, gli elenchi in cui ogni tanto si perde Pietro (le compagnie aeree con cui ha viaggiato, le ragazze che ha baciato, i traslochi che ha fatto: tantissimi) diventano un'altra isola dove è bandito l'arbitrio della realtà, il discrimine tra le peregrinazioni della mente e un riscontro oggettivo. Allargando il discorso alla letteratura contemporanea, è interessante notare la massiccia invadenza di cose nei romanzi. La necessità di classificarle o addirittura di presentarle secondo il personale indice di gradimento come ha fatto Nick Hornby in Alta fedeltà assolve a un bisogno tassonomico per contrastare l'interscambiabilità e di conseguenza l'irrilevanza delle cose, ma allo stesso tempo investe il nostro stesso senso di identità: noi siamo le cose che abbiamo avuto. Ogni generazione segna i propri confini attingendo a una sorta di storia materiale. Se nell'Ultima balena morta della Lombardia il quarantenne Aldo Nove riporta il testo del libretto di istruzioni dei robot della sua infanzia, nelle sue memorie il quasi novantenne Dino Risi dedica una pagina a rimpiangere una serie di oggetti spariti dalla quotidianità e nella Misteriosa fiamma della regina Loana il settantenne Umberto Eco porta l'assunto alle estreme conseguenze facendo coincidere la storia con la riscoperta degli oggetti materiali perduti: ricostruendo la trama a partire dalle cose. Ma sarebbe fuorviante circoscrivere la scioltezza all'esuberanza verbale. La tastiera di Veronesi gioca su diversi registri, e quando il tono si fa sommesso anche gli atti meno vistosi si impongono in una luce confidenziale non meno rivelatrice di un occhio capace di imprigionare la vita in un lento piano sequenza. Basta leggere il capitolo in cui Pietro è invitato a mangiare un piatto di spaghetti da un vecchio vedovo che da giorni lo spia incuriosito dalla finestra e vuole conoscerlo prima di traslocare a Roma. Un esempio di come la descrizione di una scena, in questo caso la banale preparazione di una pasta col sugo, non richieda quella pedanteria ossessiva che rende una esibizione di pura tecnica le minuziose descrizioni delle operazioni al cervello in Sabato di McEwan: una performance alla De Niro quando ha smesso di recitare limitando si a eseguire il metodo dell'actor's studio. L'implacabile semplicità con cui Veronesi traduce la complessità in immediatezza - un po' come Mastroianni incrociato con il Gassman più sbruffone, per completare il paragone - è di per sé una forma di chiarezza. Chiarezza a cui si oppone di nuovo l'oscurità dei veri fini di Pietro. Uomo senza ambizioni, verrebbe da dire osservando la sua logica remissiva davanti alle offerte di mirabolanti promozioni o alle richieste d'aiuto dei colleghi di lavoro. Anche quando decide di rinunciare al posto di presidente della nuova società, non sceglie veramente: continua a aspettare. Asseconda la vita per saperne un po' di più, troppo fiducioso del suo isolamento per accorgersi che l'attesa è solo un altro modo di vivere. La maestria tecnica di Veronesi, sagace pianificatore del caso che ingarbuglia di significati accadimenti senza peso e rimette al suo protagonista il compito di indovinare una spiegazione (il mistero irrisolto dell'auto ammaccata è un piccolo saggio sulla volubilità delle circostanze), risalta maggiormente se confrontata con lo stile di quello che resta il suo romanzo più vitale, Venite venite B-52. Rileggendolo a oltre dieci anni di distanza, si ritrovano intatte più che mai l'animapicaresca e l'irresponsabilità un po' frivola dell'idealista Ennio, la cagnara strampalata di un bestiario umano palpitante di storie, sullo sfondo di una Versilia più avventurosa che mai in cui la frenesia del boom economico si spenge lentamente in una stanca assuefazione al benessere, fino a incagliare i sogni in una truffa sconfitta dal capriccio della Storia. Eppure si avverte anche un impaccio narrativo - spuntato in partenza dall'impiego della terza persona, meno congeniale al passo brillantemente cadenzato dai contraccolpi divagatori di Veronesi -, soprattutto nel gioco scoperto dei richiami al lettore, che viene messo al corrente dall'invadenza della voce narrante sul modo in cui sta raccontando la storia, oppure negli ammicchi a possibili rese cinematografiche di una scena. Delle sovrastrutture già presenti negli Sfiorati, dove venivano addirittura usati come titoletti degli elementi di scrittura cinematografica (Piano sequenza per un Evento, Dissolvenza, etc.), che in Caos calmo scompaiono a livello esplicito per essere perfettamente introiettati nella moviola dello sguardo di Veronesi, accalorato sui dettagli, in un montaggio di soprassalti umorali e stupore quando racconta in presa diretta, più disteso e già sconfitto dai fatti quando ripensa una scena in flashback, sul crinale di una veggenza sardonica che ha mutato lo stupore in rassegnazione. Ma sono le chiuse dei capitoli a dare il vero respiro al romanzo. Degli stacchi prepotenti che ti obbligano a ricordare. I migliori riescono nel duplice intento di riassumere il senso del capitolo e restituirlo al senso generale della storia, istigando nel lettore la stessa curiosità voyeuristica di Palladini: un sentimento, decidendo di chiamarlo così, che cresce di pagina in pagina con una complicità sempre più intima. Nonostante le quattrocentocinquantun pagine - normali per un americano, disdicevoli per un italiano -, la sequenza dei capitoli rispetta un'economia narrativa, magari smentita all'interno di un singolo capitolo da qualche virtuosismo di troppo - e in fondo che male c'è? - ma non nel disegno d'insieme, sempre proiettato sullo sviluppo della storia, che verso il finale pende quasi interamente dalla parte della vicenda lavorativa trascurando - volutamente? sempre più Claudia, la sola in grado di interrompere il beato isolamento del padre: perché lo ammette anche lui, questi che abbiamo letto sono stati tra i giorni più sereni della sua vita. Se si esclude il colpo di scena dell'auto guidata dal padre che riporta il protagonista in quella Svizzera da cui è appena scappato imbottito di banconote, i finali di Veronesi trovano rifugio in una sorta di riepilogazione a giochi fatti in cui si smarrisce la suspense levitata fino a quel punto. In questo caso, il problema di portare a termine la trama coincide con la volontà di chiudere la circolarità della storia per romperlo: il cerchio, la bolla che tiene prigioniero Pietro Palladini. Ma con l'arrivo precipitoso dell'inverno cambia tutto. Non solo le abitudini, anche le parole si fanno più essenziali e forse finalmente decisive. E se da una parte Veronesi deve inevitabilmente rincorrere tutti i fili della storia lasciati in sospeso ravvicinando in una successione un po' meccanica gli incontri con i due grandi capi, dall'altra la centralità indiscussa del suo protagonista gli consente di addossare ogni colpa sulla sua attesa ormai sul punto di agire per chiudere il suo apologo morale con una confessione. Cos'altro pensare delle sue ultime parole, in qualche modo anticipate da alcune tirate sulla nostra società sparse qua e là o dalla scelta di Enoch di mollare tutto per raggiungere il fratello in una missione nello Zimbabwe? Rileggendole una seconda volta, il dubbio della prima lettura diventa in parte un rifiuto. Quello che basta a lui, non convince noi: nel senso che confessando la propria superficialità Pietro Palladini ci sfida a prenderlo alla lettera, come a un certo punto del libro suggerisce di fare ogni tanto con i bambini. Non sapendo o ignorando volutamente che sono i bambini a prenderci sempre alla lettera. Tocca a noi smentirli, salvo poi trovarsi a disagio quando dobbiamo spiegare la differenza tra uno scherzo e una bugia o come è possibile che l'attore che impersonava un bambino nello spettacolo appena visto a teatro sia in realtà una donna o ritrovarsi a ridere le prime volte che chiedi una mano nel senso di aiutarti e loro te la danno, la mano, o ancora quando raggiungono l'altezza per schiacciare il pulsante dell'ascensore e non hai ancora finito di dire "chiamalo" che li senti gridare a squarciagola: "Ascensoreeee!". Allora, dopo tanta complicità, viene da smentire l' invito conclusivo di Palladini a agire. Non tanto per il suo ritorno alla vita dopo aver scontato - sconfiggendolo - il dolore nel dolore altrui, quanto per lo scotto di un insegnamento scoraggiante e inevitabile: che cos'è la maturità, se non la consapevolezza del fallimento? E mentre mi preparo per una passeggiata sul lungomare assolato di una Viareggio che è stata di Viani e di Delfini, di Moravia e di Cancogni, di Tobino e di Garboli, di Mario Monicelli e di Stefania Sandrelli, di Marcello Lippi - speriamo bene... - e di Sandro Veronesi, con un sorriso irriverente alla sicumera del marito ingegnere della mia amica porto con me una seconda consapevolezza: maturità è la sconfitta dell'immaginazione.