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Invettiva contro Carlo Mazzoni
Gio, 02/07/2008 - 22:46

Il 29 novembre 2007 Carlo Mazzoni è stato ospite di Sebastiano Mondadori a Lucca, alla Scuola di scrittura Barnabooth. La presentazione del suo libro (I postromantici, edito da Salani) si è svolta alla libreria Edison. Non si è fatto amare da tutti.
"Questo è un resoconto. Decisamente non dettagliato, decisamente a scoppio ritardato.
Insomma, vado a questa presentazione - Sebastiano dice che sono l'eterno studente, una specie di secchione che non si perde mai una lezione - e mi faccio un giro della libreria. Il fatto è che sono rilassato. Non c'ho l'ansia da prestazione, perché non ho la minima intenzione di prendere appunti. La mail mi è arrivata dopo: "Te la senti di scrivere un resoconto al vetriolo sulla presentazione del libro di Carlo Mazzoni?". Senti là com'è insinuante la richiesta... lui lo sa che se usa la parola "vetriolo" mi tenta come un serpente con la mela in bocca, ma che dico mela, una papaia, un mapo, che ne so. Perché sembra che il vetriolo sia una mia specialità. Qualcuno ha detto che uno scrittore cattivo vede le cose nella loro verità, perciò, a Sebastiano, gli rispondo: "C'ho già qualche ideuzza...". Perché nel frattempo il libro ho cominciato a leggerlo, io, perciò di cose da dire ne ho eccome. Ed è ovvio che mentre scrivo viene fuori tutta la soda caustica che m'è entrata in corpo durante la lettura.
Appena entrato in libreria, mi insospettisce la profusione di esemplari del libro incriminato in ogni angolo. Mi ricordo che i cessi erano chiusi, se no sono certo che ne avrei trovati anche lì. Per fare il bastian contrario, chiedo se hanno libri dello scrittore che presenta, perché su quelli del presentando non ci sono dubbi, e la risposta del commesso fa pensare a un luogo magico da dove proprio quei libri possono giungerci solo attraverso sofisticati incantesimi. Uhm... questa libreria non mi piace. Era meglio l'enoteca dove si facevano un tempo quelle belle presentazioni, davanti a variopinti stuzzichini e vini profumati (mi rendo conto che il concetto l'ho già espresso altrove, ma io sono nevrotico compulsivo...). A un certo punto appaiono all'ingresso due figure, di cui una losca, non rasata e soprattutto spettinata; l'altra invece tutta sistematina. Già dai venti metri che ci separano si può intravedere il faccino grazioso del secondo, il capello a modo, la mise elegantemente trasandata - nettamente contrapposta a quella trasandata e basta dell'accompagnatore. Mi avvicino. Poi con due baci alla siciliana saluto Sebastiano - l'accompagnatore - che mi presenta subito lo scrittore, il quale con lo sguardo mi dice alcune cose di sé (leggi: alcune cose che pensa di sé). Dice: sono interessante, sono affascinante, c'ho l'appeal, sono fashion, sono sessualmente ambiguo. Ed effettivamente il miscuglio che ne esce può risultare attraente. Sebastiano propone qualcosa di spirituale. Al bar, però.
Sbevazziamo un po', poi lui si allontana, poi ritorna, lasciandomi talvolta solo con il giovincello, con cui si parla del più e del meno (non è vero, si parla del suo libro, direi). Mi dice che dopo le prime cinquanta pagine molte persone arrivano a odiarlo e io, svenevole civetta, rispondo che è già un buon motivo per leggerlo. Che intelligente battuta! Che senso della tempistica teatrale! E dire che stavo bevendo un innocuo latte macchiato. Per fortuna lo stillicidio di qualunquismi reciproci volge velocemente al termine, perché comincia la presentazione.
Io mi siedo in prima fila, non resisto alla possibilità di esibirmi anche solo parzialmente. Direi che non ricordo granché delle domande rivolte all'interessato. Si vede che Sebastiano insiste sulla costruzione intelligente del romanzo, ma a occhio e croce mi sa che vuole dire che è un ottimo prodotto per il mercato. Delle tre parti di cui sostanzialmente è composto il libro, c'è una parte centrale che sarebbe meno convincente. La descrizione di una festa, mi pare. E poi c'è la questione attorno a cui ruota tutto il resto. Quella etica, insomma.
Del tutto casualmente, mentre ne parlano, l'indice della mano destra mi finisce tra le pagine, le apro e leggo proprio il passo in cui uno dei protagonisti, Matteo, il bellissimo figlio del ministro, esprime con tono enfatico la propria Weltanschaung, la chiave di lettura dell'intero testo. "Noi non siamo romantici. Le idee, i concetti sublimi e affascinanti, non ci toccano più: ci hanno fatto nascere, ora ci stufano. Noi siamo i postromantici. Fra gli ideali e le persone, noi scegliamo le persone, con tutti i loro difetti. Fra le idee e gli uomini, noi scegliamo gli uomini, e già loro li consideriamo poco, mi sembra." Lo scrittore sarà contento di essere stato citato. Sul momento non mi rendo conto della colossale cazzata che sto leggendo, lo capirò dopo, quando collegherò le cose che ho sentito dire durante il resto di quel tardo pomeriggio fino alla cena al ristorante lì di fronte, con quelle che ho letto nei giorni successivi. E concludo di trovarmi di fronte all'ennesimo prodotto della più bieca cultura occidentale, secondo cui da una parte c'è il bianco, dall'altra il nero. Con l'attenuante di un maquillage di vaga profondità, di interesse per i valori dissimulato con ridicola ipocrisia per non apparire troppo incresciosamente vacui. Cos'è questa presa per il culo?
Ora vengo e mi spiego. Come da citazione, i personaggi del libro di Mazzoni affermerebbero il principio in base al quale non sarebbero importanti gli ideali, ma le persone. A parte che mi riesce ostico, per quanto ne so, immaginare simili enunciazioni in bocca a una tale feccia. E poi, anche fosse, avrebbe tutta l'aria, fatemelo ridire, che mi piace, di una colossale presa per il culo. E qui lo dico, qui lo nego, prometto di non usare più la parola "culo". Una scusa, nient'altro che una scusa. Una lurida giustificazione ideologica. Una contraddizione in termini. Perché affermare il primato delle persone sulle idee è, per l'appunto, un'idea, anche piuttosto impegnativa, che se proferita da soggetti dotati di dignità minima, avrebbe pure un suo peso filosofico, ma sulle turgide e rosse labbra di chi non deve fare fatica per arrivare alla fine del mese e al mattino si sveglia al tocco lieve della mano santa del proprio maggiordomo, e non allo strillo della volgarissima sveglia, è proprio una presa per il culo - ecco, l'ho ridetto, porca miseria.
Vallo a dire, al Mazzoni, che forse è onesto precisare che la dicotomia tra valori e persone è una grandissima, fottuta, viscida presa per il culo! Vaglielo a dire che nel suo libro non si capisce bene se il narratore si compiace dell'atteggiamento dei suoi personaggi o se se ne allontana doverosamente. Forse non si capisce perché non è chiaro neanche per lui. Durante la serata, a cena, mi pare di capire che il nostro amico è ricco sfondato pure lui, che c'ha il castelletto fuori Milano e la casa a Forte dei Marmi e che si fa servire da un maggiordomo filippino (con cui è gentile, però, per carità!). E riferisce candidamente che oggi il maggiore produttore di letteratura è lo scatolone televisivo. Ci fa l'onore di metterci a parte della notizia che Desperate Housewives sarebbe un esempio di letteratura alta. E qui Sebastiano risponde che quel telefilm gli sembra una cagata effimera (come gli voglio bene io a quell'uomo lì...) e con gli occhi lucidi - non per la passione con cui difende i pilastri della propria etica, ma per il tasso alcolico nel suo sangue - si dibatte appassionatamente come un'anguilla proclamando la propria candida superiorità, mentre quell'altro, abbarbicato a slogan pubblicitari, griffe di alta moda e fiction americane, la spunta comunque senza il minimo sforzo, placido placido, con grande luccichio di pupille e sbattimento di palpebre delle giovani donzelle presenti. Poveri noi, che invece siamo convinti della differenza sostanziale tra Proust, Mann e Dostoevskij da un lato e il Dr. House dall'altro, nel senso che i primi sono immortali, quell'altro invece semplicemente no.
Povero me che tutti i giorni lavoro con i derelitti e i reietti e non frequento il jet set milanese. Dovrei considerarmi forse un bacchettone ipocrita? No, per Mazzoni - o per i suoi stalloni di razza - siamo semplicemente perdenti. Non emette giudizi sui suoi personaggi, non li valuta, il che dovrebbe significare che né li disprezza né li ama. Invece a me pare che un po' gli stanno simpatici, un po' se li sente vicini. Dice di essere cattolico. Ora, i sentimenti religiosi non si toccano, ma se penso che essere cattolici consiste fondamentalmente nell'amore del prossimo, mi sarei aspettato una maggiore verve polemica nei confronti di questi cocainomani strafottenti, nati senza midollo spinale e devoti del sesso, privi di qualunque spessore che renda la loro assenza significativa per chicchessia, in fin dei conti pure per i loro simili.
Per tutta la sera abbiamo giocato a rimpiattino. Questo abbiamo fatto, tutto sommato. Lo scrittore esordiente, che fa il dentista per due giorni alla settimana, ha venduto migliaia di copie, raccontandoci il mondo dei suoi coetanei rampanti. E nel farlo, rampa pure lui (voce del verbo rampare: esiste, l'ho cercato sul vocabolario). Mentre i libri di Sebastiano non ci sono. Semplicemente non ci sono. Noi sorridiamo davanti a quel faccino grazioso - perché è proprio fighetto, e ammalia. E forse sorrideremmo anche davanti ai personaggi del libro, se li avessimo davanti, così belli e successful, forse saremmo inebetiti e sedotti dai loro lustrini e perfino dal loro cinismo, giocando appunto a rimpiattino tra l'attrazione e la repulsione. Devo dire che nel mio caso ho fatto in tempo a non farmi infinocchiare. La battaglia l'ha vinta il disgusto. E aveva ragione il Mazzoni. Dopo le prime cinquanta pagine molti si incazzano. Il che è un buon motivo per scrivere un'invettiva."
Massimo Lo Giudice (www.barnabooth.it)
POSTROMANTICI La Milano che conta alla larga dai jet set
di Stefania Vitulli – dal «Giornale» di giovedì 14 giugno 2007
«Scriva quello che vuole, basta che non usi le espressioni jet set e gioventù dorata». Con questo ammonimento Carlo Mazzoni chiude l'intervista e la porta del suo appartamento, in uno dei tre palazzi di via Bagutta, proprietà della sua famiglia «da sempre». Ventisette anni, milanese che porta nel pedigree familiare cognomi come Rossari, Orsi, e i conti Durini di Monza («i personaggi che amo, che vivevano in grandi palazzi scuri e andavano elegantissimi alla Scala», racconta), odontoiatra part time per gli extracomunitari della clinica di via Moscova, ha messo la Milano che conta nel suo romanzo I postromantici. Una storia d'amore, potere e bellezza, in uscita oggi per Salani (270 pagine, in vendita al prezzo di 14 euro) la storia di quattro ragazzi intorno ai ventisette anni, uniti dall'amicizia e dalla presunzione di essere i migliori in una Milano ricca e annoiata, che ha gettato un ponte verso New York, si appassiona alle trame di alta finanza, rare volte s'innamora e decide sia per sempre.
Qual è la Milano che conta?
«Quella che se esce la sera è per andare a una festa al Metropolitan di New York. I rotocalchi ci andrebbero a nozze se sapessero dove fotografarli. La poca Milano che conta non è fatta di quattro pischelli figli di. Parla più inglese che italiano. Sa come concedersi, i luoghi da evitare».
Quali sono?
«Quel mondo trash che gira intorno ai calciatori e alle veline. Le feste di Dolce e Gabbana e di Briatore».
Cos'hanno queste feste che non va?
«Fanno feste private e all'interno c'è un privé. Il massimo del trash. Briatore fa feste in barca, mette il privé e poi sta sulla porta perché i due Casiraghi non riescono a entrare. E il resto dello yacht di 45 metri è vuoto».
Dove si va invece?
«A Milano non si esce. Posti come l'Hollywood non interessano. Magari si prende un volo per andare alla Gagosian a Londra, invece».
La Milano bene separata da Vallettopoli: nemmeno la coca le unisce?
«La coca è un fenomeno diffuso. Da sempre. Farci del moralismo mi sembra inconcepibile. È un vizio e come tutti i vizi, come l'alcol, le sigarette, puoi controllarlo, se hai cervello. La vera piaga non è la cocaina, è l'ignoranza».
La Milano bene è ignorante?
«L’ignoranza è diffusa a tutti i livelli. Non solo il figlio del portinaio, ma anche la maggior parte della gente che frequento, non legge nemmeno un libro l'anno».
Antidoti culturali a Milano non ce ne sono?
«La classe dirigente culturale oggi è troppo arida. Prenda Roberto Calasso: ha pubblicato i libri più belli dell'ultimo mezzo secolo. Ma è una persona che si vede? Che cosa fa per Milano? Io per poter parlare con lui impazzirei. A Raboni scrissi una lettera quando avevo diciotto anni. Mi ha risposto due giorni dopo, all'istante, di sua mano. Una pasta diversa».
Qualche altro nome, nel bene e nel male?
«Elisabetta Sgarbi, che ammiro. Poi però ha delle cadute e pubblica libri tropo facili. Franca Sozzani. Se qualcosa succede nella moda milanese è dovuto al Vogue di questa signora glaciale dai capelli biondi. Matteo Arpe, che si è saputo imporre al suo presidente con un esempio bellissimo per un ragazzo della mia età».
Sente la mancanza di un salotto milanese?
«Mi manca la Milano di Vergani, di Tadini, del premio Bagutta al suo culmine. Poter fare qualcosa nei luoghi belli della città. All'Accademia di Brera, per esempio».
Ci ha provato?
«Con Martina Mondadori e Ottavia Landi un anno fa abbiamo creato una società, Memoria, con finalità culturali. A settembre parte la nostra rassegna "Eccellenti letture". Reading con scrittori e giovani attori. Come location, zone sconosciute o degradate. Inaugureremo al Barrio’s alla Barona, poi una rocca oltre Niguarda, Cascina Anna».
Si dice già che «I postromantici» diventerà una fiction. Lei ha esperienza anche su questo.
«Per sei mesi ho lavorato al literary office della Paramount a New York. Leggevo script, libri, li registravo. Trovo che le serie tv come Desperate Housewives siano letteratura contemporanea. Il mio romanzo è tagliato come una fiction. Le battute sono precise, mai banali, mai ripetute».
E per presentarlo ha grandi progetti.
«Mi hanno concesso la Scala, forse per il 9 luglio, giorno del mio compleanno. Perfetto perché sarebbe tra le sfilate di Parigi e Roma. Ma non vorrei andare sopra le righe. Per cominciare forse è meglio una location più equilibrata».
ma vai a ca'are, vai bie!
Ne ho conosciute tante di persone come quelle con annessi e connessi- varie ed eventuali.
Questo libro non è nè bello nè brutto.
Fotografa un pò di persone e il modo di vivere che hanno. Tutto qui. Persone che sono sempre convinte di essere speciali- persone che sono sempre convinte di poter dire e fare qualsiasi cosa, sentendosi superiori a qualunque altro fuori da sè.
Persone che parlano per frasi fatte criticando gli altri di farlo. Persone che sistemano la popolazione in classi e stereotipi, quando loro stessi ne rappresentano uno. Mentalità deboscio, puri qualunquismi, forzature costrette. E i luoghi comuni che criticano tanto sono i loro stessi luoghi comuni, di cui sono i più vivaci e tristi rappresentanti. (Fogli Fabriano e Filosofia all'Esselunga inclusi). Bravo l'autore che è riuscito a renderne l'idea.
E ora dedichiamoci ad altro. Ci vuole un pò d'aria fresca. (lontano da tutto questo).
Marianne.
Il tuo romanzo sarebbe rimasta materia scritta inattiva, quanto lo è la mia, se tu non avessi le conoscenze che hai....caro Mazzoni
O tu, chi sei?
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