6 febbraio: compleanno di Foscolo con sorpresa








Un certo Foscolo U.  

Come tanti  ho difficoltà ad addormentarmi. Come tanti faccio ricorso ad un buon libro. Ma come pochi ho rovinato un numero incredibile di capolavori della letteratura, leggiucchiando e rileggiucchiando le stesse pagine sera dopo sera, smozzicando i capitoli, procedendo a singhiozzo e finendo per lasciare i libri a metà, o terminandoli dopo mesi senza più memoria di come erano iniziati. Non si è salvato nessuno dei grandi romanzieri: Balzac, Dickens, Tolstoj, Manzoni, Proust...tanto per fare qualche nome. Così ho deciso: d'ora in avanti, per prendere sonno, leggerò solo testi brevi, raccontini, poesie. Così poche sere fa l'occhio che vagava sulla libreria ha finito per posarsi su un bel librettino rilegato in tela verde. L'autore è un certo Foscolo U., il titolo Le poesie. Caro vecchio librettino...vecchio perché l'edizione è del 1961 e le pagine un po' ingiallite, caro perché trovato su una bancarella a metà prezzo e regalatomi, anni fa, da una delle mie fidanzate "storiche". Ma caro anche per quel "Foscolo U.", impensabile in una edizione odierna e impensabile già nel 1961, con quell'inversione di cognome e nome (e per giunta abbreviato!) come si usa nelle enciclopedie o negli indici alfabetici. Miracoli delle Edizioni Paoline!
Ad ogni modo, prendo il libro, mi aggiusto sotto le coperte, mi giro sul fianco sinistro e inizio a leggere in prenda ad un attacco di foscolite notturna. Innanzitutto l'introduzione. Soffro di un tale analfabetismo letterario di ritorno che ho bisogno di qualche nozione, di qualche coordinata che mi aiuti a collocare l'autore nel mare magnum della letteratura. Poi verrà la lettura delle poesie, ma prima mi ci vuole questa operazione propedeutica, anche per un autore arcinoto come Foscolo U.. E poi sono anche curioso di vedere cosa dice di lui questo prefatore a me ignoto: Gennaro Auletta. Ed è proprio della prefazione che voglio parlare, non delle poesie di Foscolo U., non è questa la sede adatta, non ne ho la competenza e poi lo hanno già fatto in tanti, perfino troppi, visto che - a dirla veramente tutta -  trovo che di bei versi il sommo poeta ne sapesse sì fare tanti, ma almeno quanti ne componesse di pesanti e contorti.
Il buon Auletta non scrive affatto male, la sua prosa è dotta senza essere pedante, passa dai dati biografici a quelli letterari senza mischiare i due piani, anzi, mostra un certo puntiglio nel distinguere l'uomo dall'opera, e questo gli fa onore, è un critico avvertito. Eppure qualcosa non torna. Sembra quasi in imbarazzo di fronte a Foscolo U., di cui tesse le lodi di scrittore e ne bacchetta la condotta di vita: "Poeta a sedici anni, assai precoce, mandava in giro versi arcadici non privi di una certa novità; e don Giovanni spiantato ma ancor più precoce, furioso e smanioso, a diciassette anni si innamorava d'una dama divorziata, già pronta per le seconde nozze..." Siamo solo all'inizio. Foscolo U. viene definito "poeta vagheggino", "uomo di avventure, soldato prode e insidiatore di talami coniugali". Auletta, chi era costui? Un seminarista letterato? Un fratacchione di buone letture? Foscolo U. "stringe amicizia con Vincenzo Monti; fa lo spasimante per la bella moglie di costui: Teresa Pickler, la quale però non abbocca alle profferte neppure quando due tentativi di suicidio dell'intraprendente giovane letterato, amico del marito, avrebbero potuto commuoverla a corrispondere in qualche modo all'infelice passione". Tutta la vita di Foscolo U., continua Auletta, fu costellata di innamoramenti "candidi o vergognosi". E a proposito dell'amore per la dedicataria dell'ode All'amica risanata, il nostro re-censore rincara la dose: "si diede alla vita mondana e s'invischiò in una vergognosa relazione con Antonietta Fagnani, moglie del conte Arese: una relazione che lui stesso non esiterà a definire "laida"".  Gli "amorazzi con la Fagnani" dice ancora il nostro Auletta. E non so chi mi stia più simpatico, se lo scandaloso e intemperante Foscolo U. o il morigerato e bacchettone prefatore, che sembra davvero rammaricato di dover parlare male di un poeta che, si capisce lontano un miglio, lo affascina e lo seduce.
Foscolo U. conobbe a Velenciennes la famiglia Emeryth. Ma Auletta nota, con palese sofferenza, che tale conoscenza "portò il Foscolo ancora una volta a una di quelle sue imprese amorose che non onorano certamente l'uomo. Si innamorò della figliuola degli Emeryth, Sofia, dalla quale ebbe una bimba a cui pose nome Floriana. La nascita di Floriana parve legare il poeta a Sofia con propositi di un prossimo matrimonio; ma appena lasciò Valenciennes per Calais mandò tutto in fumo, dimenticò Sofia e Floriana, per la giovanissima figliuola del generale Pétier che madame Bagien, scaltra mezzana, gli aveva fatto conoscere". Quel bastardo di un Foscolo U.! Ma ci si potrebbe comportare peggio? Non so davvero cosa pensare. Una volta a Milano, addirittura, "riprende gli amorazzi con Maddalena Bignami, moglie di un banchiere, e frattanto mette gli occhi anche sulla contessina Francesca Giovio, figlia dell'amico Gian Battista". Insomma, meglio un morto in casa che un Foscolo U. alla porta; quando c'è lui in giro nessuno può dormire sonni tranquilli, né mariti, né amici, né semplici conoscenti. Un lupo famelico di selvaggina femminile, ecco cos'era. A quarantasette anni non era ancora pago e, mentre scrive i Saggi sul Petrarca, ci prova di nuovo con Carolina Russell, "una fanciulla a cui dava lezioni sulla poesia del Petrarca e che avrebbe voluto far sua, corteggiandola ma senza alcun risultato". Ma per fortuna, ci dice Auletta, "fu questo forse l'ultimo amore del Foscolo". E questa notizia ci rassicura un poco. Anche se, a dire la verità, sento che Foscolo U. potrebbe essere pericoloso anche da morto e disonorare qualche onesta fanciulla con la sua sola presenza fantasmatica.
Ma ecco, proprio quando mi sono convinto che Gennaro Auletta sia un prete, e mentalmente lo sto già chiamando don Gennaro, il discorso va a parare sui Sepolcri e su Dio, e la mia congettura si sgonfia come un palloncino bucato. Foscolo U., ci informa Auletta, non era credente: "il suo è un Dio di comodo, un Dio più simile al Fato dei greci e dei romani che a quello della Bibbia...un Dio vaporoso che è puro sentimento (e forse illusione)". "Il Foscolo", continua Auletta, "è un sentimentale che non ha un credo religioso, non crede neppure all'immortalità dell'anima; lucreziano e sensista, crede nella "forza operosa" insita nella materia, che distrugge e ricerca, perpetuamente". A questo punto mi aspetto anatemi, fulmini e saette sul poeta miscredente e infedele, oltre che lussurioso e sciupafemmine. E invece ecco cosa ci dice il prefator cortese sulla nostra religione nazionale: "Il Dio cristiano ha per la nostra civiltà la stessa funzione che avevano le primitive teogonie e mitologie, fondate su elementi irrazionali, e ci dà la coscienza della colpa e l'illusione della speranza". Possibile che sia don Gennaro a parlare così da un'edizione paoliniana? Perché poi continua, facendo sue espressioni proprie di Foscolo U.: "La religione cristiana, per quanto "santissima tra le altre" e "speranza per noi di mansueti costumi e di comune concordia", qualora è ridotta ai suoi principi, diventa invece inutile a ogni civile istituzione appena si traduce in Chiesa, e riti e sacramenti e gerarchia". Resto a bocca aperta. Gennaro Auletta era certo un moralista di prim'ordine, ma un moralista laico, chissà, magari liberale.
Secondo me le cose sono andate così. Quelli delle Edizioni Paoline avevano bisogno di un buon critico che scrivesse l'introduzione alle poesie di Foscolo U.. Qualcuno, in mala fede, li ha  consigliati e ha fatto loro il nome di Gennaro Auletta, sapendo che costui, oltre che persona competente e ammiratore del Foscolo, era un uomo austero e di probi costumi, uno di quelli che ti guardano con cipiglio e ti danno uno scappellotto se ti volti ad ammirare il culo di una ragazza. Ma non ha detto loro che Auletta in chiesa non ci mette mai piede, sono venti anni che non fa la comunione e che non si confessa, e che i preti gli fanno pure un po' ribrezzo, gli danno i brividi nelle ossa con tutto quel nero che portano addosso. Non c'è altra spiegazione. Così, pacificato con me stesso, le palpebre mi si fanno di colpo pesanti. Allora chiudo il libro e spengo la luce. Foscolo U. resta sul comodino. Mi addormento tranquillo. Nel sonno mi appare don Gennaro. Passeggia con la sua signora, braccio sottobraccio. Lei gli si fa più vicino, gli pressa  un seno contro il fianco. Don Gennaro ha un brivido, tossicchia, poi si ricompone: Non adesso cara, non adesso.
Alessandro Trasciatti
(pubblicato su «Le voci della luna», n.22, Sasso Marconi,settembre 2002)
A sei anni di distanza dal precedente scritto ho scovato sul web un ricordo del vero Gennaro Auletta. Una vera sorpresa...
PROFILI
Durante la scorsa estate, ci è giunta improvvisa, e profondamente ci ha addolorato, la notizia della morte di don Gennaro Auletta, scrittore, sag­gista, traduttore.
Nelle note che seguono ne esaminiamo sommariamente l’opera vali­dissima. Desideriamo, però, ricordarlo anche quale sostenitore ed anima­tore di questa Rassegna Storica dei Comuni, della quale incoraggiò la fon­dazione e tenacemente condivise gli auspici.

RICORDO DI GENNARO AULETTA
di Immacolata Riccio

Don Gennaro Auletta, frattese, merita di essere ricordato non solo come sacerdote, ma soprattutto come scrittore di libri religiosi di vario interesse, autore di saggi letterari, narratore, giornalista e traduttore di opere dal francese. La sua biblio­grafia è molto ricca; circa una trentina di volumi, che danno all’Autore la configurazione di uno scrittore versatile e valido.
Come giornalista ha collaborato all’Osservatore della Domenica e alla Radio Vaticana, con la rubrica quindicinale «Arti­coli in vetrina».
Quel che primariamente colpisce nella personalità di don Gennaro Auletta è una complessità armonica e vigorosa. Spirito chiaro ed aperto a tutti gli interessi del suo tempo e, in genere, della vita, egli accoglie via via i problemi che la sua umanità gli presenta, cioè i problemi del rapporto dell’uomo con Dio, con gli altri uomini e con se stesso; quelli, infine, degli scritti teologici, letterari e saggistici, e li affronta, recando in essi uno straordinario vigore di spirito. La ricchezza degli interessi non è in lui dilettantismo, ma sorge dal profondo della sua umanità e l’alimenta, conferendo alla sua personalità un fortissimo carat­tere di incisività. Aperto alla gioia e agli affetti, dotato di un mirabile equilibrio interiore, egli ebbe assai vivo quello che si dice il senso della realtà. Ma ebbe anche un’insofferenza pro­fonda per qualsiasi rapporto che non fosse ispirato alla più ampia lealtà, non accettando alcuna forma di compromesso. Fu forse proprio ciò che lo portò a chiudersi sempre più in un suo mondo interiore, del quale le sue opere sono testimonianza, un mondo ansioso di giustizia, ma anche dominato da sano equilibrio: ne è prova la pacatezza del tono, che gli è propria, la familiarità discorsiva, la costante serenità di giudizio.
Non ci è consentito enumerare tutti gli scritti di don Auletta, lo spazio non lo consentirebbe; ma ci soffermeremo sui volumi più significativi e più rappresentativi, per comporre di lui un ritratto di autore.
Per la narrativa ricordiamo: Addio, dolce Fragaglia, che è un romanzo, e La vetrina del santaio, una raccolta di brevi racconti. Il primo può considerarsi quasi una favola per il suo clima di mistero. La vicenda si svolge in un paesino di pescatori, situato sulla costa tirrenica, paesino tranquillo e silenzioso, dove non accade mai niente di notevole e l’Autore, per aumentare l’inte­resse del lettore, inserisce un personaggio strano, «il signore dall’abito nero», quasi simbolo del demonio, del male. Dopo tutte le tentazioni architettate dal malefico personaggio, il rac­conto finisce con un capovolgimento della situazione, che sta a significare il trionfo del bene sul male. Scrive Mario Pomilio che l’Auletta «ha voluto offrirci il profilo compiuto di una so­cietà che si direbbe esemplare, e dove il bene, il male, l’indifferenza, l’ansia, il senso o il rifiuto religioso, si mescolano e si accavallano, si contrappongono l’uno all’altro, di rado in forma drammatica, per lo più invece, come è appunto nella realtà, coesistendo come acque che confluiscono nel medesimo alveo cercando sì di rovesciarsi, ma a lungo tenendo distinte le loro correnti».
Di don Gennaro Auletta leggiamo più volentieri i suoi saggi letterari, come le prefazioni alle opere tradotte dal francese, i «servizi» che inviava periodicamente all’osservatore della Domenica: profili di autori o presentazioni occasionali e critiche di opere, ora suggerite da una data centenaria, ora da fatti letterari, ora da polemiche d’altra provenienza. Mario Pomilio lo qualifica «critico fine e attento alle voci più diverse della letteratura contemporanea». Nelle suddette occasioni, don Auletta diventava talvolta battagliero e persino incisivo nei suoi giudizi. Tra i saggi ricordiamo: Un giansenista napoletano del Sette­cento: Mons. Giuseppe Capecelatro, Arcivescovo di Taranto, che fu la sua prima pubblicazione. In questo volume egli giunge ad una equilibrata valutazione della personalità dell’Arcivescovo, una figura abbastanza complessa, ammirata dai contemporanei e sopravvalutata dai posteri.
Fin dal 1956, l’Auletta collaborò a varie rubriche della Radio Vaticana; in una trasmissione settimanale intitolata Le Sorgenti, furono lette le lettere dei Padri dei primi secoli della Chiesa. L’A. pensò di raccogliere quelle lettere in una silloge che fu appunto intitolata: Le Sorgenti. Questo non fu un lavoro di copia, ma di meditazione, perché, scriveva l’Auletta, «se è vero che i testi presentati sono monumenti e documenti d’una cultura cristiana appena agli albori, è pur vero che essi hanno una loro attualità: una attualità che si può dire di sempre, come è sempre attuale la pagina del messaggio cristiano, di cui queste non sono che riflessi».
Un altro saggio, che merita di essere oggetto di attenzione, è: Le cose migliori di Giosuè Borsi, il noto scrittore livornese morto nella guerra del 1915, mentre guidava i suoi soldati all’at­tacco oltre la Plava. Gli scritti del Borsi attirarono l’attenzione non solo di don Auletta, ma anche di altri intellettuali italiani; don Auletta si avvalse principalmente di tre opere del Borsi: i Colloqui, le Confessioni a Giulia e le Lettere, che gli consentirono di ricavarne un ritratto spirituale e nello stesso tempo un giudizio sulla validità del suo pensiero.
Numerose sono anche le sue traduzioni dal francese; le pa­gine migliori sono le prefazioni ad alcune opere di tre grandi scrittori francesi: V. Hugo, E. Hello, L. Bloy. Questo lavoro di traduzione fu utile per don Auletta, perché egli n’è uscito con un evidente accrescimento di pensiero e di stile letterario. Le pagine introduttive a I Miserabili, la sua più grossa fatica di traduttore, mettono il lettore sprovvisto sull’avviso riguardo agli errori di V. Hugo su Dio, su Gesù Cristo, sulla Chiesa, sulla gerar­chia, sui sacramenti, ecc.: il tutto è da don Auletta inquadrato nel momento storico sociale donde nacquero i Miserabili e nel comportamento irrequieto e opportunistico dell’autore di fronte alle correnti politiche.
Nelle pubblicazioni di don Auletta c’è prevalenza di interessi religiosi, perché egli è, prima di ogni cosa, sacerdote. Ma in queste opere religiose non dobbiamo cercare il teologo, o il saggista dalle profonde disquisizioni teologiche, ma lo scrittore. Degni di essere menzionati sono: La gioia di vivere; Esame di coscienza di un cristiano mediocre, in cui sono tratteggiati la vocazione e l’impegno sociale del cristiano; Lettere stravaganti di un conformista; Le tentazioni di un giovane prete, in cui egli affronta alcuni temi, quali la contestazione e il dissenso, con profonda sicurezza, con ottimismo sacro, umano e cristiano.
Don Auletta, in questo volume, impersona un prete anziano, pieno di esperienze, di buon senso, comprensivo, cordiale e aperto, in contrapposizione ad un altro personaggio, un prete giovane, contestatore, rivoluzionario, che attacca tutti e tutto.
Per finire citiamo un altro volume, la biografia di Giuseppe Rinaldi, prete romano, che fu per 40 anni parroco dei SS. Marcellino e Pietro. Don Auletta ci presenta Giuseppe Rinaldi come un vero uomo di Dio, padre delle anime, instancabile ed efficacissimo; il suo umorismo e la sua battuta facile e romanesca lo rendevano simpatico ai parrocchiani, ma talvolta sospetto ai superiori.
Si può ora sommariamente intendere di quale statura sia la personalità di don Gennaro Auletta. Egli può essere considerato scrittore personalissimo, mai languido o prolisso. Dotato di finissimo senso del linguaggio, di un’immaginazione fervida e pronta, non però ridondante, ma opulenta e misurata insieme, egli si muove dal saggio storico a quello letterario, dagli scritti teologici a quelli di omiletica e di pastorale, dalla narrativa all’agiografia. In tanta varietà di argomenti e di forme, non stanca, e tiene il lettore sospeso in un incanto, da cui raramente si ritrae infastidito.

(tratto dal sito www.iststudiatell.org. In alto: ritratto di Ugo Foscolo, 1813, di François- Xavier-Pascal Fabre presso la Biblioteca Nazionale di Firenze)