Il Trasciatti » Scritture http://trasciatti.it Lunario inattuale di letteratura e desueta umanità Tue, 22 May 2012 09:37:52 +0000 http://wordpress.org/?v=2.9.2 en hourly 1 Marco Innocenti: cinque poesie http://trasciatti.it/2012/05/22/marco-innocenti-cinque-poesie/ http://trasciatti.it/2012/05/22/marco-innocenti-cinque-poesie/#comments Tue, 22 May 2012 09:32:36 +0000 Trasciatti http://trasciatti.it/?p=2140

Sogni

I miei sogni a pancia in su
galleggiano grassi, inerti
nel flusso scuro della notte
dal sonno aspettano un tuo segno
ma la prima luce del giorno
avverte che la deriva arriva
                                                         che ora sono morto, morto
                                                         e che mi hai ucciso tu
                                                         i miei sogni galleggiano
                                                         grigi, pallidi a pancia in su

Il saggio

Ti spiego il mondo, disse il saggio
in dieci lezioni da cinquanta euro l’una
grazie ma non ho soldi, dissi
guadagno poco e spendo molto d’affitto
non preoccuparti, disse il saggio
ti faccio un prestito da vero amico
a interessi venti per cento
prima rata dopo le feste
così il mondo me lo aveva già spiegato
e gli dissi di andarsene affanculo

Verità

Io ho le mie parole
le scrivo, le dico
a qualche amico che ho
grazie no, le tue menzogne non mi servono
ho una verità, la mia
per come la conosco io
forse non è molto, certo non è bella
ma è la mia lingua
parole belle o brutte
scritte con il sangue
e più spesso con le lacrime
sono tutte vere

Potresti

Potresti indossare un saio
o un sari indiano
e ti guarderebbero solo le labbra carnose
il seno pronunciato, l’onda dei fianchi
potresti indossare un saio
o un sari indiano
e il tuo incedere lento
si vedrebbe comunque

Lavavetri

Lavami i vetri
e già che ci sei lavami anche la coscienza
ti do cinquanta centesimi

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Silvestroscopio e dintorni http://trasciatti.it/2012/03/26/silvestroscopio-e-dintorni/ http://trasciatti.it/2012/03/26/silvestroscopio-e-dintorni/#comments Mon, 26 Mar 2012 21:47:19 +0000 Trasciatti http://trasciatti.it/?p=2047

E’ con vero piacere che faccio questo annuncio: Sauro Donati, presente nel volume MAI DIRE: A LUCCA MAI! ha vinto il Primo Premio Assoluto al concorso internazionale A.L.I Penna d’Autore con il libro di storia alternativa Cristoval Colòn (Campanotto editore). Altri due “nostri” autori sono in finale al Premio Italia (il premio assegnato dai fan della fantascienza e del fantasy): Salvatore Proietti, come traduttore e con due articoli, e Dario Tonani, con un romanzo e due racconti, uno dei quali presente appunto nel nostro volume. Leggi l’articolo sul Premio Italia. Ed ecco il racconto di Tonani:

Silvestroscopio

Paco districò lo stivale dalla poltiglia e avanzò di un altro passo. A dispetto dei suoi nove anni, non fosse stato per la robaccia che si appiccicava alle suole sarebbe già arrivato in cima. Era salito alla discarica che ancora non…
Nevicava, ma non in senso stretto: dal cielo cadevano fiocchi di schiuma candida che sui polpastrelli diventavano una pastella oleosa.
Milano, periferia est della città, impianto di riciclo n. 22, mattatoio di chine. Un terrapieno alto venti metri imbiancato di bava traslucida e sferzato dal bagliore rotante dei lampeggianti; sul pendio forme appena accennate, colori sfatti.
Cartoni morti. A migliaia.
Latrare di cani da guardia in lontananza.
Paco si fermò a riprendere fiato e strizzò gli occhi nella luce crepuscolare.
Gabbiani volteggiavano in tondo spalmando il cielo del loro bailamme. Qualcuno nel becco teneva una macchia sfilacciata di colore, il brandello di una placenta strappata…
Migliaia di cartoni morti, forse milioni. Ammucchiati in terrapieni tutti uguali, lambiti dall’ultima luce del giorno.
Per essere sicuri di ucciderli, i cartoni vanno percossi un po’ come si fa coi cuccioli di foca. Allo scopo di agevolare l’operazione si usa prima irrorarli di gas refrigerante, in modo che si fa più facile spezzarne la placenta cristallizzata. Il risultato è una macilenta granita di colori. Oppure, ma è una procedura che richiede perizia e mano ferma, si può sfilare la placenta mentre sono ancora vivi…
Paco scivolò un paio di volte e si tirò in piedi, i guanti senza dita zuppi di quella strana crema di sapone. Guadagnò la sommità del terrapieno e si voltò: alla luce morente del crepuscolo, la vista dell’impianto toglieva il respiro. Calcestruzzo grezzo, forme squadrate e lampeggianti arancio, come inflorescenze tossiche, in corrispondenza di ogni saracinesca. Sul piazzale, le operazioni di carico e scarico si erano interrotte come sempre appena prima del tramonto, ma le luci allo iodio rimanevano accese tutta notte a inquadrare le enormi cifre gialle che contrassegnavano le aeree di parcheggio dei camion.
Placentificio 22.
Reticolati che si perdevano nei campi per chilometri.
Pescò la torcia dalla tasca del lungo pastrano cerato, si chinò sui talloni e sparò intorno il fascio di luce. Una selva di occhietti ciechi ammiccò nel crepuscolo. Dove accidenti lo aveva lasciato? Lassù doveva esserci un vecchio Gatto Silvestro spelacchiato, il suo cartone preferito. Il suo avatar di “gommaccia”. Il suo Silvestroscopio!
Eccolo! Uno dei pochi cartoon rimasto intero. La testa faceva ribrezzo, gli occhi erano due orbite vuote, il muso semisciolto contratto in una smorfia. Puzzava di verdura marcia e trementina, come tutta la porcheria che aveva sotto i piedi.
Ma era un Silvestroscopio; ti accomodavi dentro e guardavi il mondo in modo diverso. Lo vedevi alla maniera dei cartoon, più rosa e meno grigio. E il cielo notturno… beh, il cielo notturno era uno spettacolo.
Lo sfilò dal resto dei cadaveri tirandone il muso con entrambe le mani. Il corpo era flaccido e oleoso, pareva un costume di carnevale lasciato a macerare nella salamoia. Dietro, lungo la schiena, qualche talentuoso addetto al ricevimento doveva averne estratto la placenta praticando un taglio chirurgico che andava dalla base del collo all’inguine. Il cartone era stato quindi eviscerato della sua “anima” e di tutta la poltiglia di contorno. Una buccia vuota, un po’ pesce e un po’ peluche sventrato…
I cani, di nuovo quel latrare nervoso.
Paco si liberò del pastrano, sollevò un piede e lo infilò nella gamba del cartone; poi, in bilico su una zampa di gatto, introdusse anche l’altro. Passò quindi alle maniche e infine, usando gli artigli, incappucciò la testa in quella del Silvestro. Il tanfo di guasto lo prese alla gola. Lì dentro, nel Silvestroscopio, non si respirava. Dovette chiudere gli occhi per non perdere l’equilibrio, boccheggiava e lacrimava. Si passò l’avambraccio sul muso con la speranza di far cessare il prurito al naso. E si bloccò.
Qualcuno stava svoltando l’angolo dei magazzini di carico: un addetto della sicurezza, due pastori tedeschi al guinzaglio.
Panico. Si acquattò nella fogna di cartoni, rischiando di finire lungo e disteso nel loro marciume. Sentiva il suo respiro come un mantice rotto. Gli pizzicava il mento. Attraverso i fori delle orbite, poi, non riusciva a girare gli occhi come avrebbe voluto. Guardare fuori era un tripudio di cromie psichedeliche, ma anche un’impresa.
Il tipo con i cani puntò la torcia in direzione dei terrapieni. Uno dopo l’altro ne sondò i fianchi.
Cartoni morti. A migliaia. Tutto quello che non si era potuto avviare al riciclo era laggiù, bucce vuote accatastate l’una sull’altra, come frutti marci…
La torcia lo inquadrò, inzuppandolo di luce giallognola (lui la vide come una melassa di oro smaltato). I cani abbaiarono, l’uomo, al traino delle bestie, si mise ad arrancare su per il terrapieno.
Paco scattò in piedi e si gettò a capofitto sul pendio opposto.
Scivolò, cadde, riprese a correre a gambe larghe. Ma il costume lo ostacolava: le zampone erano troppo grandi e non facevano presa sul pavimento viscido di cartoni morti. Attraverso le orbite di quell’assurdo costume non riusciva a vedere altro che una sottile e ballonzolante fettina di orizzonte (rosso fuoco). Né tantomeno dove stesse mettendo le zampe. Urlò, cadde, rotolò di nuovo.
Szaaaac!
Qualcosa lo colpì alla spalla. Si sentì invadere da un gelido torpore. Fece per alzarsi, ma le zampe non rispondevano. Con la testa a valle, stava scivolando adagio verso la base del terrapieno. Tossì. Dopo un istante lunghissimo, finalmente si fermò.
Gli mancava il fiato e non riusciva a mettere a fuoco le immagini. Fece per muovere le labbra, ma riuscì solo a versarne fuori un filo di bava.
I colori fuori si spensero di colpo. Il Silvestroscopio doveva essersi guastato.
Una sagoma scura entrò nel suo campo visivo; ringhiò e mostrò le zanne. Alle sue spalle, un’altra ombra la tirò indietro. Nella mano che aveva lasciato cadere il guinzaglio teneva ora una bomboletta spray, nell’altra un bastone sollevato sopra la testa.
Uno spruzzo di gelo vaporizzato sul muso. Non fu più in grado di serrare le palpebre. Lo sguardo si ghiacciò sul nulla. Un attimo, e uno dei cani si avventò sul suo addome (dopotutto era un gatto). Strappò un brandello di gommaccia che cominciò a sbatacchiare furiosamente da una parte e dall’altra. Lasciò cadere il boccone, abbaiò e tornò alla carica con un morso rabbioso.
Pelle rosa e… sangue emersero dalle viscere del cartone. Entrambi i cani si accucciarono arretrando sulle zampe anteriori, l’uomo abbassò il bastone e gridò qualcosa che Paco non riuscì a capire.
Un istante dopo, il ragazzino sentì che lo stavano sfilando a forza dal suo Silvestroscopio.

(Tratto da MAI DIRE: A LUCCA MAI! Uno sguardo alla fantascienza italiana, a cura di Alessandro Trasciatti, Del Bucchia editore)

(In alto: Invasione di Roberto Alquati)

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Aurora Borselli: racconti http://trasciatti.it/2012/03/05/aurora-borselli-racconti/ http://trasciatti.it/2012/03/05/aurora-borselli-racconti/#comments Mon, 05 Mar 2012 11:28:48 +0000 Trasciatti http://trasciatti.it/?p=2001

Rileggetevi i raccontini di Aurora Borselli, prima o poi qualcheduno li pubblicherà ammodo: cliccate qui. Nella foto: Borselli su un muro.

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Alessandro Trasciatti: Il Cavallo Assassino (3) http://trasciatti.it/2012/03/05/alessandro-trasciatti-il-cavallo-assassino-3/ http://trasciatti.it/2012/03/05/alessandro-trasciatti-il-cavallo-assassino-3/#comments Sun, 04 Mar 2012 22:06:08 +0000 Trasciatti http://trasciatti.it/?p=1993

Ora è libero di dedicarsi tutto ai suoi sassi, alla sua costruzione di pietre storte. Mucchi di pietre che raccoglie nei suoi giri solitari tra Altariva e Terzano, pietre fatte strane, a becco, a martello, a balena, a befana, a gallo, a nave, a ippopotamo, a cranio. Lui le ammucchia e poi le impasta col cemento, è già arrivato a farne una caterva alta sei metri, non sa nemmeno lui perché le ammucchia, una piramide come le piramidi d’Egitto anche se non siamo in Egitto e lui non è un faraone ma un assassino predestinato, forse licantropo cannibale. Però non ci son prove che sia così malvagio, sospetti sì ma prove no, non ci sono testimoni. Quindi il tempo passa, lui ammucchia pietre, la gente un po’ si scorda. Così, nei suoi giri postali da un cascinale all’altro, conosce un’altra giovane, Jacqueline. Tutte con la J sono le donne che gli piacciono. Anche questo dovrebbe far pensare. Insomma si innamorano, la chiede in moglie, la sposa, la mette incinta. Bene. Anche questo come da copione. Nasce Alice, bambina bellissima, fanciulla da sogno, poi donna affascinante.
Fin qui non abbiamo detto che dalla prima moglie, Ferdinando aveva avuto anche un altro figlio, Cirillo. Cirillo aveva deciso di emigrare in America, a fare non si sa cosa, lavori di fatica, trasporti di tronchi, manovalanza, minatore, non si sa. Ed ecco che Cirillo ritorna, inaspettato, con qualche soldo in tasca, si compra una casetta lì vicino, va a trovare il padre e in casa c’è questo splendore di figliola che è Alice. Lei ha venticinque anni, lui poco di più. I due si innamorano ma lo nascondono a tutti perché son fratelli, è incesto peccaminoso, roba da inferno immediato, da galera, da ghigliottina. Però se non si erano mai visti prima di allora, che parenti sono? Sono perfettamente estranei, sconosciuti, dov’è il peccato? Il peccato c’è sempre da qualche parte, loro sono in peccato mortale e quindi stanno nascosti. Però, hai voglia di nasconderti, prima o poi qualche indizio lo lasci. Fernando Cavallo – ora si fa chiamare Fernando, non più Ferdinando perché è troppo lungo – una sera che torna dal lavoro entra in casa e vede delle impronte di fango in cucina. Chi c’è stato qui? Chiede ad Alice. Ah, sì è venuta… è venuta Marie a comprare le uova… E lei non ce le ha più le galline? Chiede Cheval. Eh no, son morte tutte di malattia mortale, dice Alice. Il giorno dopo Fernando riprende il suo giro e incontra per la strada Marie. Le dice: Marie, se hai bisogno di uova, te le posso portare io quando passo per la posta. Di uova? Fa lei. Ho centoventotto galline che fanno uova come mitragliatrici! A quel punto Fernando si insospettisce. Torna a casa anche se deve consegnare la posta, non gli importa, la consegnerà in ritardo. Quando entra piano piano non lo sente nessuno, Alice deve essere sopra, sale le scale, sente un ansimare di fiati grossi, uno scopìo in corso. Spalanca la porta della camera di Alice, quella troia, è lì con sopra il porco incestuoso di Cirillo che la monta. Ah! Bastardo! Cavallo gli assesta un colpo sulla groppa con il borsone della posta, Cirillo smonta da cavallo, si getta giù dal letto, rotola fino alla finestra mentre Cavallo gli lancia di nuovo il borsone nella schiena, ce la fa a buttarsi giù e a darsela a gambe mezzo nudo. Cavallo allora può infierire sulla povera Alice. La prende per i capelli, glieli arrotola intorno alla bocca in modo da zittirla, la butta giù dalle scale, Cavallo è una furia della natura, è l’Assassino. Scende le scale, acchiappa Alice tramortita, le lega i polsi e le caviglie, un incaprettamento come sa fare lui con le bestie. La getta nel camino acceso che poi chiude con delle tavole e poi inizia a murare perché non ha certo voglia di tirar fuori un cadavere sbruciacchiato, meglio lasciare tutto lì dove sta.
E cinque, dice Cavallo tra sé,  madre, padre, figlio, moglie e ora figlia.
E’ così la vita di Cavallo, un assassinio dopo l’altro, tutti parenti ben inteso, è un assassino specializzato, non ammazza a caso, il suo è un conto in sospeso con il suo stesso sangue, non dimentichiamo che è stato il dolore per la madre adultera che ha scatenato tutto. Il tempo passa ma non lenisce le ferite, non in questo caso, il tempo passa e Cavallo si incarognisce, scava più a fondo nel suo dolore e scava la fossa per i suoi consanguinei. E’ la costruzione ciò di cui ora gli importa veramente, la sua costruzione di sassi. Da sei metri di altezza è già arrivato a otto. Una massa di pietrame con così tante forme da non averne una. I compaesani gli stanno alla larga, un cervello umano non è in grado di pensare come il cervello di un Cavallo. Ammucchiare sassi per cosa? Per farcisi la tomba? Sì, per farcisi la tomba, per poter dire che anche un postino contadino ha un’anima, delle ambizioni, della fantasia e delle energie per dare corpo ai suoi sogni. E’ vero, però, che quelli di Cavallo più che sogni sono incubi.

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Gianvittorio Randaccio: Intercettazioni ferroviarie http://trasciatti.it/2012/02/26/gianvittorio-randaccio-intercettazioni-ferroviarie/ http://trasciatti.it/2012/02/26/gianvittorio-randaccio-intercettazioni-ferroviarie/#comments Sun, 26 Feb 2012 18:53:44 +0000 Trasciatti http://trasciatti.it/?p=1987

17 dicembre

La signora bionda dice che il tavolo è angolare, lei fa un po’ fatica a spiegarsi, è molto quadrato, dice, e di cristallo, una cosa, guarda, veramente incredibile, elegantissimo, però molto semplice. La collega è tutta presa, è quasi incredula, e chiede se per caso non ci sia almeno un catalogo da poter vedere, che la cosa la interessa proprio, però di cataloghi non ce ne sono, perché il marito della signora è andato in quel posto in moto e non è riuscito a portarselo via. Comunque glielo farà avere, può stare tranquilla.

26 dicembre

Ecco, dice un signore a un ragazzino seduto accanto a lui, mentre sfogliano un libro d’arte molto grosso, vedi, guarda un po’ questo dipinto, è pazzesco, non è come tutte le altre cose che sei abituato a vedere, è completamente diverso, perché sembra che ci sia un prima e un dopo, sembra che il pittore abbia fermato il momento che vedi, ma che siano successe delle cose prima e che ne succederanno altre dopo, e ti fa venire la curiosità di saperle, queste cose. Per esempio, guarda la faccia di questa signora in macchina, sembra che stia pensando ai fatti suoi e che all’improvviso si ritrovi davanti alla scena di queste persone che sono su un treno, ma devono essere salite di corsa, all’ultimo momento, addirittura sembra che abbiano fatto una rapina e che abbiano preso il treno al volo, perché sono tutti trafelati e hanno dei sacchi in mano. Chissà a cosa stava pensando la signora, e chissà dove andrà la macchina: proseguirà dritta? Andrà a destra? Si fermerà a un semaforo? Non ti viene la curiosità di saperlo? E guarda anche quel signore lì, che cammina, sembra un po’ ingobbito, pare avanti con gli anni e vedi che è un po’ stupefatto da quello che sta succedendo ma che più di tanto non riesce a esprimerlo, perché solo per alzare la testa ci mette cinque minuti. E chissà cos’è successo dopo, chiede il signore al ragazzino, anche se sembra una domanda un po’ retorica perché il ragazzino è interessato fino a un certo punto. Magari la macchina gira a destra ed esce dalla visuale; oppure affianca il treno ancora per un po’ e poi si ferma a un semaforo, mentre il treno va avanti. E chissà anche il vecchio cosa fa: forse semplicemente abbassa la testa e va avanti a camminare.

9 febbraio

La ragazza sembra che non abbia molta voglia di parlare, ma si ritrova davanti il suo collega e allora le tocca. Dice che quando ti ritrovi in un team non è così facile andare d’accordo con le persone, che oltre a stimarli dal punto di vista lavorativo, professionale, bisogna trovare anche la sintonia dal lato umano e non è sempre facile. Per esempio in un team di cui si è trovata a far parte qualche tempo fa, lei dice che proprio non riusciva a ritrovarsi con il modo di pensare delle persone che le stavano intorno e allora le cose sono andate male fin da subito. Il team non riusciva a fare gli step necessari, allora c’è stata una riorganizzazione voluta dall’alto e lei ha dovuto mollare, anche se alla fine era quasi contenta, visto che si sentiva molto in difficoltà. Il collega, invece, che sembra molto interessato a questa storia, si mette a parlare di software, dice che lui se ne intende di software, e dice che trova pazzesco che molti suoi amici, o anche molti suoi colleghi, non li conoscano quasi per niente. Uno ha fatto un corso di marketing, dice lui e chiede, retoricamente, e secondo te ha usato qualche software? No, certo che no. Oppure un altro ha fatto un corso di economia aziendale: qualche software lì? Ma neanche per sogno. E anche un altro, uno che ha fatto un corso di finanza, ha dovuto ammettere che pure lì nessuno gli ha insegnato a usare un software di nessun tipo. È pazzesco, pensa lui, come si fa a pensare di lavorare senza avere nessuna esperienza con i software? Poi a un certo punto gli viene in mente di chiedere alla ragazza se lei ha conosciuto la stagista nuova, quella di ventiquattro anni, con i capelli ricci biondi, quella che hanno messo nel team di Maria Rosa. Solo che lei non ha in mente chi sia questa qua, anzi, chiede anche chi sia Maria Rosa e il discorso muore lì. Allora il ragazzo dice che stasera va a bere qualcosa in Brera, ma è un po’ indeciso sul da farsi. L’appuntamento è alle ventidue e allora lui non sa se uscire presto dal lavoro, diciamo alle diciannove, arrivare a casa verso le venti e quindici, mangiare e farsi una doccia, oppure uscire verso le venti dall’ufficio, fermarsi a Cadorna a mangiare qualcosa e poi andare in Brera. È strano che sia indeciso, dice lui, ma forse lo è perché non ha organizzato lui l’uscita, come fa di solito. In genere lui va su google map e su milano tonight e sceglie il locale e vede anche com’è la situazione parcheggio e poi scrive ai suoi amici facendo delle proposte. Sta attento anche a quello che scrivono gli utenti su milano tonight, ai pareri che danno sui locali, ai consigli che scrivono, alle fregature che prendono. Si rende conto che è un po’ fissato, ma questa cosa lo rende più tranquillo. Ieri però aveva un sacco da lavorare, quindi non si è potuto occupare personalmente dell’organizzazione e ha dovuto lasciar fare ad altri. Un altro dei dubbi che ha è che stasera non sa bene a che ora deve uscire dall’ufficio perché non sa fino a che ora c’è Caterina.

23 febbraio

Le due colleghe parlano di un team leader appena arrivato dall’Inghilterra, e una dice che è proprio un bell’uomo, elegante e posato, che ha delle maniere gentili e raffinate e che è molto affascinante, anche se è un po’ basso. Anche la collega dice che è rimasta colpita da questo team leader che, più che basso, è meglio dire che non è molto alto, ma che compensa questa mancanza impercettibile con tutto il resto. E, insomma, era ora che arrivasse qualcuno come si deve: in genere arrivano delle mezze cartucce che fanno ridere solo a guardarli.

22 marzo

Il signore al telefono dice che è in treno e che sente un po’ male e poi chiede al suo interlocutore se può parlare o deve richiamare dopo. Niente, voleva dirgli che Roberto ha visto la copertina e dice che va bene, bisogna solo fare qualche piccola modifica. Il box più grande va bene, però cambierebbe il font e il colore sullo sfondo, perché dice che si perde un po’ e il testo non si legge bene. Quello più piccolo, invece, va ingrandito un po’ e spostato leggermente a destra, verso il taglio della pagina, in modo che l’inizio del testo sia più o meno alla base del palazzo nella foto. Lì, se non è un grosso problema, bisognerebbe mettere un fondino sfumato e magari il testo in rilevo. Comunque sì, si possono sentire poi in serata, così magari con il pdf davanti è più facile parlare.

12 aprile

La signora discute con un signore e gli dice che giusto qualche giorno fa è stata Medjugorie, dalla Madonna, ed è stato proprio un bel viaggio. Il signore sembra interessato e le chiede se Medjugorie è in Croazia, e la signora risponde che sì, è in Croazia, ma è meglio andarci con uno di quei viaggi organizzati, così c’è la guida che ti spiega tutto e tu sai sempre dove andare, senza perdere tempo inutilmente, e pensano loro a ogni cosa. Che poi a seconda del tipo di viaggio che scegli puoi decidere che giri fare perché per esempio puoi anche salire su quel monte dove in alto c’è la croce, e non solo limitarti ad andare al santuario o nei soliti posti. Il signore allora le chiede se è vero che si vede veramente la Madonna, perché lui ha questa curiosità e confessa di essere un po’ scettico. La signora allora dice che lei personalmente la Madonna non l’ha mai vista, ma che lì lo leggi negli occhi alle persone se l’hanno vista oppure no, non possono raccontare bugie, e stando lì si respira veramente un’aria speciale e si ha come l’idea di stare sospesi in un altro mondo, anche se effettivamente c’è un sacco di gente e a volte si vorrebbe un po’ più di tranquillità. La volta prima, per esempio, perché lei c’è stata anche cinque anni fa, era riuscita a trovarsi in una cappella completamente da sola e aveva passato dei momenti in cui si era sentita toccare l’anima da qualche cosa di veramente particolare, tanto che una sensazione così non l’ha mai più provata, dopo.

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Dal blog di Fosca Sensi http://trasciatti.it/2012/02/20/dal-blog-di-fosca-sensi-2/ http://trasciatti.it/2012/02/20/dal-blog-di-fosca-sensi-2/#comments Mon, 20 Feb 2012 20:06:25 +0000 Trasciatti http://trasciatti.it/?p=1961

la noia infinita dei cuori straziati

Pubblicato il 15 febbraio 2012
ci sono alcune  parole che proprio non sopporto. quelle finiscono in -zione o in -ismo. valorizzazione, solipsismo. ma anche quelle che vengono usate coi peli sulla lingua, come la calma consigliata alle persone sconvolte o la sopportazione a chi non ce la fa più.

e poi le rarefazioni di senso della gente colta non abbastanza da sopportare mezza pagina vuota: le metodologie di apprendimento, le diverse tipologie di intervento, anzi: quelle che sono le diverse tipologie di intervento e apprendimento. le firme “in fede”, la sottoscritta, impiegata presso, in qualità di. l’auspicabile attesadi un gradito riscontro.

e tutte le cose atte a valorizzare, a comprendere e a strutturare, le azioni volte a recepire, ma recepire cosa?, e poi gli specifici bisogni e gli strumenti appositi, le domande da presentare entro e non oltre, e il gelo che stringe sempre in una morsa, gli occhiali che si inforcano, i volti pallidi, i singhiozzi disperati, la gioia dirompente, l’amore eterno, l’anima immensa, il cuore straziato.

ecco, tutte queste cose, che sono molte, sono una piccola parte delle cose che non sopporto. tutte quante non saprei nemmeno elencarle. nel mio piccolo preferirei un paio d’occhi ciarlieri, uno spirito randagio, un poggio impastato di neve  o una scopata ricca di soddifazione.

(In alto: Otto Dix, The Salon)

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Alessandro Trasciatti: Il Cavallo Assassino (2) http://trasciatti.it/2012/02/19/alessandro-trasciatti-il-cavallo-assassino-2/ http://trasciatti.it/2012/02/19/alessandro-trasciatti-il-cavallo-assassino-2/#comments Sun, 19 Feb 2012 20:50:55 +0000 Trasciatti http://trasciatti.it/?p=1955

 Atteniamoci ai fatti. Dopo un po’ di anni, Cheval torna dall’Algeria, o dal posto in cui era in quel periodo, a Charmes-sur-l’Herbasse, che tradotto in italiano sarebbe Carmine sull’Erbaccia. Di rimettersi a fare il contadino non ne ha mica voglia. Quindi che potrebbe fare? Sa leggere e scrivere, anche se non benissimo, così si presenta alla posta di Hauterives, che è il comune da cui dipende  Carmine sull’Erbaccia. Hauterives – sia detto per inciso – si traduce Altariva. Ha sentito che il vecchio postino sta per andare in pensione. Gli dice così e così, che è uno che lavora, che vuol metter su famiglia, che gli indirizzi sulle buste li sa legger bene. Mica gli dice che ha ammazzato la madre e il padre. Si è cambiato il nome in Federico Cavallo, ha mostrato dei documenti finti dove c’è scritto che il padre era italiano, gli fanno un po’ di problemi perché si sa come sono i francesi, ma poi gli mettono una divisa e il giorno dopo è già a consegnare le lettere. Straniero in casa sua, praticamente. Gira in incognito da Altariva a Terzano, tutti i giorni quindici chilometri a andare e quindici a tornare. Sempre solo per i campi, consegna le lettere nei cascinali, nelle casette isolate, fino a sera.

Un giorno, in uno di questi casolari, conosce una giovine in età da marito, Jermaine, comincia a corteggiarla, si piacciono, la chiede in moglie e se la sposa. In un baleno la mette incinta e hanno un figlio. Si vede proprio che Ferdinando non ne poteva più, aveva proprio voglia di una donna. Però che avesse voglia anche di un figlio è tutto da dimostrare. Infatti si fa di umore cupo, scontroso, delle volte non torna a casa e resta a dormire in un granaio. Ma perché? Gli dice Jermaine, Perché? E lui le spiega che un figlio non ci voleva, il figlio è in pericolo. Ma in pericolo per cosa? Gli chiede Jermaine, Chi è che gli vuol male? E allora Ferdinando, le dice la verità: Io gli voglio male, sono assassino predestinato, forse licantropo cannibale. Ma Jermaine non ci crede, si mette a ridere, gli dice: Ma che racconti? Sei stanco, vero? E continua a ridere, anche Ferdinando ride, forse anche lui crede di avere esagerato, di non avere un destino segnato dall’abominio. Passano i mesi deputati e Jermaine partorisce un bambinello né brutto né bello, normale, forse un po’ gracilino. Ferdinando prova a fare il padre, ma quando vede quel fuscelletto di suo figlio gli monta il nervoso, esce di casa per non farsi vedere che gli vien voglia di menar qualcuno. Comincia di nuovo a incupirsi, lo sente che non ce la fa a vincere il destino, la sua propensione nefanda.

Un giorno, approfittando del sonno di Jermaine, prende il figlioletto di un anno, lo rinvoltola in una coperta, esce di casa, attraversa un campo incolto e lo getta in un pozzo. E tre, dice. Madre, padre e ora figlio. Ci si può immaginare quella poverina di sua moglie. Ma dov’è finito? Era qui nella culla. Tu l’hai visto, Ferdinando? L’hai preso tu? E lui a dirle di non preoccuparsi, vedrà che torna. Ma come torna! Gli dice lei. Non può mica essere andato via da solo, ha un anno! E lui a dirle che i giovani d’oggi son precoci, non se lo immagina neanche quello che sono in grado di fare. E Jermaine si inasprisce: Precoci un corno! Non è un giovane, è appena un bambino, dimmi dove lo hai messo!
Ti proibisco di parlarmi così, sono tuo marito! Tuona il Cavallo. E oltre ad essere tuo marito, sono il padre dello scomparso, quindi sono addolorato quanto te, ma questa è la volontà divina.
Volontà divina un accidente! Io voglio sapere che fine ha fatto il bambino! Jermaine è esasperata, corre fuori nel freddo, chiama, urla, arrivano i vicini, si mettono tutti a cercare. Il Cavallo fermo alla sua tavola, fuma. I vicini che entrano lo guardano sospettosi. E’ la volontà divina, dice lui, ripete sempre la stessa frase. Sembra in trance. I vicini escono un po’ impauriti. Tutti delinquenti gli italiani. Qualcuno insinua che questo Cavallo gli pare di conoscerlo, non è una faccia nuova. Ma lui nega, nega di essere stato lì prima di allora. Cheval! Tu sei Cheval l’assassino di padre e madre! Gli urla in faccia uno. Ma lui nega, gli dice di uscire da casa sua, maledetto calunniatore, chi era questo Cheval? Mai sentito nominare. Che vadano fuori tutti, tutti! Vuole restare solo, nessuno osi più accostarsi alla sua porta.

Da quel giorno la vita in famiglia cambia. La povera Jermaine si trova a vivere accanto ad un uomo che probabilmente ha ucciso il suo figlioletto, ma non ha prove di questo e non osa rinfacciarglielo per paura di essere ammazzata. Lui è sempre più ombroso, non dice più nulla. Sta tutto il giorno fuori a consegnare la posta, rientra a buio carico di sassi raccolti sul cammino. Comincia ad ammucchiarli, a impastarli con la malta e a tirar su una costruzione tutta storta che non si sa cos’è. Gli anni passano monotoni, fatti di giri postali tra Altariva e Terzano, sempre le stesse facce, sempre le stesse lettere, sempre gli stessi sospetti su di lui. Però è anche vero che Ferdinando il suo lavoro lo fa bene, nessuno ha da lamentarsi. Certo, non parla mai ed ha lo sguardo cupo, ma questo che vuol dire? Non è mica la prova che sia un malfattore. Intanto Jermaine deperisce, si ammala di  languore, quel dolore troppo profondo la consuma. Ferdinando non fa molto per tirarla su, anzi, è quasi contento così almeno esce anche lei dalla stortura dei giorni. Quello che lo irrita però è non trovare la cena pronta quando rientra la sera, doversi accontentare di pane e cipolla o di quel che gli regalano nelle fattorie. Addirittura gli tocca fare un po’ di minestra per la malata, o ammollarle un po’ di polenta nel latte. Lei lo guarda con degli occhi che farebbero venire il mal di cuore anche a un cane, tant’è lo struggimento e il timore di essere abbandonata da quell’uomo che però è anche un mostro, capace di chissà cosa. E infatti lui cosa fa? Non ne può più di vedersi quegli occhi addosso, così la mura in camera e la lascia morire lì dentro, tanto prima o poi sarebbe morta lo stesso.
E quattro, dice fra sé il Cavallo Assassino, madre, padre, figlio e ora moglie.

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Milano 1950

Puzzo d’uova al burro
e piastrelle da cesso
ogni sera all’ingresso
nella cremeria di Brera

 

 

Solitudine

Briciole e macchie di vino
sulla tovaglia di carta.
Uno schizzo di sugo
sul giornale appoggiato
al quartino di vetro.
Nel piatto rimasto,
uno stuzzicadenti troncato
una crosta di “zola”,
una buccia di pera.
Così ogni sera.

(9.1.07)
Vuoto

Con pena
la penna a sfera
traccia sul foglio
un pensiero svogliato
sbaffato da un pelo.
 

Le penne riflesse

Immote, dal portapenne,
le penne riflesse
guardano mute se stesse
sul piano lucente
d’un tavolo vuoto

Dal terrapieno di Lambrate

Sfila un incerto asilo
d’umanità nascosta
dietro muri bui
di villini cadenti,
e luci velate di condomini.
Nell’ombra
le mensole sciatte
dei balconi sul retro.
pendono su cortili spenti.
Prende vita la nebbia
negli aloni immoti dei lampioni
e nei riflessi d’un asfalto fradicio
che nessuno calpesta.

Centro direzionale

Tra l’una e le due,
un poco accaldati,
con le giacche tirate
sui ventri farciti
le cravatte allentate,
il rossetto smangiato,
e la fronte un po’ lustra,
impiegati e impiegate
escono dai bar con tavola calda
per tornare in azienda,
odorosi di fritto
e di formaggio cotto.

Piazza d’inverno

Dietro il vetro gelido
guardo la piazza, illusa
da un sole opaco.
Sulla terra appassita
del prato
giocano con qualche grido
fanciulli smunti.
Cani da poco
vagano tra gli sterpi
e con breve, ripetuto impegno
s’accostano all’un tronco e all’altro.
Sulle panchine stinte
tacciono vecchi consunti,
appena animati dai loro pensieri.

Volti

Incrocio nella folla
volti che non guardo.
Volti afoni, amorfi, insulsi,
belli e brutti:
volti normali
che non metto a fuoco
e che il pensiero, senza colpa, ignora.
Poi, talvolta,
incontro un volto contorto,
dallo sguardo smarrito
mentre la bocca blatera
un soliloquio senza fine.
Racconta di un sé nemico,
di un male che affiora dal profondo,
di una vita ostile.
Quello lo guardo e penso
e mi sento in colpa
senza averla.

10.2.07

(Nella foto: cucina di dipendente postale scapolo part time)

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