• Antão Sacarolhas (non verificato) on Mar, 11/11/2008 - 19:07

    [...]«Esso si potrebbe enunciare così: il mondo dell’esistere, nell’angoscia della sua inconsistenza, deve morire ed aprirsi all’assoluto: da questa morte, attraverso il dolore, nella parola e nell’umiltà dell’opera umana, rinasce il mondo, tutto trasfigurato nello spirito, o, meglio, qui, il mondo nasce a se stesso per la prima volta»[...]

    Non posso nascondere di essermi preoccupato quando mi sono imbattuto nel termine "assoluto", in quell'aprirsi all'assoluto. La mente fatica ad immaginarselo, figurarsi a porlo come termine ultimo!

    Poi, man mano leggevo il testo la mia preoccupazione è andata scemando. Con "l'umiltà dell'opera umana" e poi più avanti, con la verità accostata al termine ideale, il mio "spirito" si è quietato.

    Sono sempre stato refrattario a concetti, quali: spirito, anima, assoluto, trascendente; mi hanno sempre scostato dalla filosofia, dall'interesse per questa disciplina e dal desiderio di approfondirla. Ho sempre inarcato le sopracciglia per diffidenza, poiquando si incontra sul proprio cammino qualche autore particolare, si è come spinti ad una reazione.
    Mi torna in mente Eliot e la teoria del catalizzatore - tanto caro ai chimici, tanto caro ai biologi sottoforma di enzima - Paci rileggendo Rilke riflette partendo dall'esistenza, dai reagenti e con metodo arriva ai prodotti, una morale; il catalizzatore resta intaccato e partecipa ogni volta alla reazione.

    [...]La missione dell’uomo si rivela qui come il compito di trasformare l’esistenza in verità nell’intimo della sua anima: […] questa nascita della terra nello spirito è ciò che abbiamo indicato come incontro tra l’esistenza e la verità ideale, tra immanenza e trascendenza […]. Su un piano filosofico non dovrebbe essere troppo difficile tradurre questa intuizione rilkiana. Non è per Croce l’arte la forma aurorale dello spirito? Non è solo perché alla base di tutta la sintesi spirituale c’è l’arte che la sintesi è possibile? Non è l’arte che rende possibile la sintesi teorica e, quindi, la sintesi morale?»[...]

    L'arte e la creazione di questa. Una vita a regola d'arte, un'esistenza da cui partire per fondare la morale, una morale che possa sostituire le vecchie morali e le morali nuove e vane.

    E poi per finire:
    [...]«Penso che non ci sia poesia senza esistenza, ma credo che l’esistenza non possa diventare poesia se non esprimendo la propria finitezza in un valore eterno (senza, e questo è essenziale, fuggire dal finito) »[...]

    Sarà forse illusione mia, ma mi piace quando il trascendente e l'immanente si fondono e non si distinguono...
    è come mischiare il sacro con il profano...

    Mi verrebbe in mente un'altra riflessione che poi è ormai da anni che mi gira in testa...

    Ma ora devo scappare...
    A presto.

    Antão Sacarolhas

    p.s: davvero "interessante", Sig. Andrea Cirolla...

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