Il Trasciatti » D’Agliano http://trasciatti.it Lunario inattuale di letteratura e desueta umanità Tue, 22 May 2012 09:37:52 +0000 http://wordpress.org/?v=2.9.2 en hourly 1 Dal blog di Fosca Sensi http://trasciatti.it/2012/02/20/dal-blog-di-fosca-sensi-2/ http://trasciatti.it/2012/02/20/dal-blog-di-fosca-sensi-2/#comments Mon, 20 Feb 2012 20:06:25 +0000 Trasciatti http://trasciatti.it/?p=1961

la noia infinita dei cuori straziati

Pubblicato il 15 febbraio 2012
ci sono alcune  parole che proprio non sopporto. quelle finiscono in -zione o in -ismo. valorizzazione, solipsismo. ma anche quelle che vengono usate coi peli sulla lingua, come la calma consigliata alle persone sconvolte o la sopportazione a chi non ce la fa più.

e poi le rarefazioni di senso della gente colta non abbastanza da sopportare mezza pagina vuota: le metodologie di apprendimento, le diverse tipologie di intervento, anzi: quelle che sono le diverse tipologie di intervento e apprendimento. le firme “in fede”, la sottoscritta, impiegata presso, in qualità di. l’auspicabile attesadi un gradito riscontro.

e tutte le cose atte a valorizzare, a comprendere e a strutturare, le azioni volte a recepire, ma recepire cosa?, e poi gli specifici bisogni e gli strumenti appositi, le domande da presentare entro e non oltre, e il gelo che stringe sempre in una morsa, gli occhiali che si inforcano, i volti pallidi, i singhiozzi disperati, la gioia dirompente, l’amore eterno, l’anima immensa, il cuore straziato.

ecco, tutte queste cose, che sono molte, sono una piccola parte delle cose che non sopporto. tutte quante non saprei nemmeno elencarle. nel mio piccolo preferirei un paio d’occhi ciarlieri, uno spirito randagio, un poggio impastato di neve  o una scopata ricca di soddifazione.

(In alto: Otto Dix, The Salon)

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Angelica D’Agliano: Diario di una gita a Siena http://trasciatti.it/2011/08/03/angelica-dagliano/ http://trasciatti.it/2011/08/03/angelica-dagliano/#comments Wed, 03 Aug 2011 06:55:52 +0000 Trasciatti http://trasciatti.it/?p=1362

1. un sogno in pullman
 
Quando ho ripreso conoscenza il pullman era fermo ai margini di una strada sterrata. Cosa avessi sognato non sapevo dire. Intuivo che probabilmente avevo dormito per lo stordimento causato dal pomeriggio, certamente c’era la partecipazione senza discernimento tipica della notte, e in quel buio c’erano un organo e spazi accesi dai ceri;

 ricordavo me stessa cantare e poi le luci che si sono sciolte in un paesaggio: c’era una casa e una sensazione di paura irrimediabile che montava stanze e corridoi, gli arredamenti, i mobili e le suppellettili contraffatte da un chiarore sinistro. Cosa facevo là, cosa si sarebbe consumato? A piedi nudi avevo varcato la soglia e la stanza era vuota e viva, e si preparava. Io ero dentro quella luce cieca e osservavo nel profondo della mia persona il torrente sanguigno liquefarsi laddove tessuti molli e duri combaciano nel fisico interno senza che lo si sappia, come una doccia ossea, e interrogavo la mia materia nera, quella normalmente invisibile, per capire qualcosa di quel sogno. E il mio invisibile rispondeva, gli organi si erano fatti teneri e luminosi, i tessuti sottili, le cose abbigliate di un velo sempre più ineffabile, sempre più trasparente, come le moderne lenti proteiche. Ma poi ero rimasta ferita da una macchia rossa, una chiazza incendiaria aveva divorato manifestazione e ricordo prima che maturasse un’impressione e, nella pratica, mi ero svegliata col sole negli occhi.
 
2. le pesche
 
Come dicevo il pullman era fermo per una pausa in una strada imprecisata vicino Paganico. La campagna senza misura raggiava le sue foglie appena nate, il terreno secco, la polvere calcinosa e il volo degli storni. Barcollammo fuori. Un uomo sedeva accanto a due o tre cassette di frutta. Sulla sua testa sventagliava un telo di plastica come una cupola o il tetto di un miracoloso negozio nomade.
Ardesio sedeva negli spazi maremmani e ogni tanto portava alla bocca, pensai per saggiarla, la peluria delle sue pesche. C’era profumo. Arrivava un profumo liquido ricco di luce e cose mature, e quei volti piccoli, quelle piccole pesche intatte con quale freschezza con quale peso pieno d’acqua ondeggiavano fra le sue dita da fachiro o da masturbatore! Oh, io dovevo avere le pesche, dovevo sapere di cosa sapessero a tutti i costi, perché non era un caso che il pullman si fosse fermato alle pendici di quella campagna, ai margini di un sogno in aborto, alla radice di una sensazione di grazia assurda, di una via attingibile al tramonto e alla penetrazione delle cose; tutto ciò non era un caso, tutto non era successo se non per farmi partecipe – di cosa?
 
3. Siena
 
Non sono mai stata a mio agio fra le cose che fioriscono e nella loro deflagrazione rivelano un ordine del mondo. Semplicemente perché mi sembra più felice il disordine, più universale il caos, più armoniosa la mescolanza. Allo stesso tempo, però, sono la persona più timida che esista: ogni minima esplosione di vita o di bellezza, se appena mi sfiora, risucchia la mia esuberanza e mi schiaccia.
Per questo sono passata per Siena come un animale selvatico. Piazza del Campo, il Duomo, la libreria Piccolomini, la Pinacoteca Nazionale, l’Accademia Chigiana. Tutto, tutto mi è scivolato addosso con un imbarazzo soverchiante. Come una pittura sbiadita, o come un cencio, mi sono lasciata spingere per le strade dai sinici, i nipponici e gli svedesi in visita turistica. Ho lasciato che mi pigiassero lungo i muri e gli spazi di maggior interesse, che scattassero foto sopra il mio corpo, dritto su quel popolo di santi, quella colonia di mosaici, quella granaglia di tetti come un sacco di semi schiacciati.
Mi sono dimenticata di mangiare e di bere, alla fine del pomeriggio non ricordavo nulla, avevo un gran tremito nelle ossa, i muscoli doloranti e un vuoto denso, come una sensazione di grasso e di rallentamento in tutti i minimi organi della mente. E di sconfitta.

4. il treno
 
Il pullman ci ha deposti davanti alla stazione Santa Maria Novella. Alle dieci e mezza di sera c’è il mio treno, che è anche l’ultimo che da Firenze arriva a Viareggio. Quando si parte nel vagone accendono le luci, le persone smettono di parlare e qualcuna si addormenta.
Un uomo siede con la compostezza degli anziani. Ha lo sguardo e mani grandi, odora di cipolla,  e la pelle non è perfettamente opaca, come qualcosa di non finito. Mi viene spontaneo parlare. Vuole una pesca, chiedo, e ne tiro fuori una dal sacchetto. L’uomo alza quasi le mani, come per difendersi o scusarsi, e pur rifiutando non riesce nemmeno a dire di no.
Il paesaggio è inarrivabile a quest’ora, il buio ha avvolto tutto e si lascia bucare soltanto e per poco dai lampioni. I fanali delle auto arrivano deformi per la velocità del treno e l’improntitudine dell’occhio nel registrare informazioni in sequenza, che a quest’ora non ha senso. La pesca ha una consistenza carnea ma molto più soddisfacente. La polpa, che dev’essere bianca, cede giusto la resistenza all’affondo ed eccita la masticazione, il succo è copioso, il nocciolo vellutato. L’uomo anziano e seduto adesso è ai margini del mio sguardo e armeggia nei pantaloni. Mi porge una caramella, come per difendersi o scusarsi mi dice: ecco, prenda, la mangi dopo, e dopo che l’ha detto il treno si ferma e se ne va. Io resto seduta, lascio la caramella luccicare sotto le lampade allungate e fredde, so già che non la mangerò, e che per un senso di gratitudine leggero e infinito la lascerò lì, sono certa che tutto questo voglia dire qualcosa – ma cosa, a parte una sensazione di naufragio?
 

(La foto non ha niente di senese: Ruota, provincia di Lucca)

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Angelica D’Agliano: Sangue http://trasciatti.it/2011/01/24/angelica-dagliano-sangue/ http://trasciatti.it/2011/01/24/angelica-dagliano-sangue/#comments Mon, 24 Jan 2011 20:07:44 +0000 Trasciatti http://trasciatti.it/?p=964

Il sangue vivo in corpo dà il sentimento, o la vertigine, del mulinello. Alla prima percezione, che è infantile e di solito a letto riversi su un fianco, il luogo è l’orecchio. La notte è o sembra alta, la stanza è deserta, non sono passi quelli che sento? Di più. Tuoni, giganteschi. Bum bum bum. La stanza è vuota. Mamma, papà: nessuno può svegliarsi o aiutare o capire quello che sta succedendo. E tamburi nel cranio come passi, deve essere un orco. Arriva. Bum bum bum.

Quell’inganno di circolazione, quel dentro trasformato in fuori, sono rivoli di sangue forsennati nel diametro robusto delle arterie delle vene, sono le linee pulsanti con cui ho immaginato, nell’infanzia nelle fattezze di un mostro, la nostra sostanza torrentizia e circolare. Stanotte ritrovo lo stesso sangue.
Fiori che ronzano si allumacano benvenuti insopportabili fino alla fine del corpo – il sentimento del confine.
Sì, volendo spiegare una cosa il sangue è un tessuto; volendone dire un’altra, per me, è fiori e acqua, o meglio, il vorticare dei fiori in quell’acqua. E la testa un’ampolla il cuore uno strizzo, e quel che viene fuori nella notte un’incontinenza vigorosa appunto di sangue dalla radice del corpo per miliardi di semi che guardano e bevono, le piante tremano e sono curve, un cane urla, l’aria notturna è malsana e certo fredda. Da sotto le coperte dove sono sento il vento fuori e sento che il torrente stanotte ristagna in un posto preciso e duole. Quel posto è la testa: il cranio è argilla, il pieno è minestra e un rimescolio divino, ci credo ancora, di un cucchiaio d’argento.

Non ho portato libri ma quasi nessuno lo ha fatto. Siamo in una stanza con cinquanta sedie disposte in cinque file davanti a una tivù che dà il telegiornale. Quelli che stanno in piedi aspettano allo sportello dell’accettazione che arrivi il loro turno. Un uomo si tiene sveglio battendosi le cosce, un paio di donne anziane parlano a bassa voce probabilmente dell’infermiera che tra poco sbrigherà le loro pratiche per fare le analisi. Dall’altra parte della stanza, chi ha avuto il numero per il prelievo è seduto davanti al televisore e sonnecchia nel cappotto, nonostante il caldo.
Per essere all’ospedale di Viareggio alle sette mi sono svegliata alle cinque. Quando mi hanno chiamata mi sono coricata su una poltrona da dentista con un bracciolo avvolto in carta bianca, ho denudato l’incavo e ho lasciato che l’infermiera lo strizzasse in cima, quasi all’ascella, col laccio di gomma. Alla mia destra e alla mia sinistra paratie azzurre ci separano dagli altri pazienti che stanno facendo la stessa identica cosa, davanti la tenda non è tirata passano infermiere e medici calzati di galosce di plastica. Bum bum bum. La donna titilla la pelle e dai nervi dai muscoli da una tenerezza di grasso il torrente affiora. Alcool. Bum bum bum. Non sono passi quelli che sento? Non è un tacco un rostro, una bava ma sottile, quella che mi entra e succhia? Devo disserrare il pugno, mi ronzano le orecchie. Le fiale adesso sono piene e scure. Ci troveranno un orco.

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Amore che vieni: un racconto di Angelica D’Agliano http://trasciatti.it/2010/10/08/angelica-dagliano-amore-che-vieni/ http://trasciatti.it/2010/10/08/angelica-dagliano-amore-che-vieni/#comments Fri, 08 Oct 2010 08:52:36 +0000 Trasciatti http://trasciatti.it/?p=588

Anche se era vietato fumare, la vecchia si era accesa una Muratti e aveva gettato il cerino nel fondo della teiera. Per spegnerlo, diceva. Twinings e sigaretta. Col bocchino. I camerieri la lasciavano fare, perché era una cliente storica e dava buone mance. Portava le unghie lunghe e guardava la nipote a occhi socchiusi, attraverso le nuvole di tabacco puzzolente. La ragazza pensava ai fatti suoi, e lo dimostrava sistemandosi garbatamente il reggiseno con gli indici e i pollici di entrambe le mani, quando credeva che nessuno la osservasse. Sembrava che la conversazione fosse cominciata ormai da tempo, e che la ragazza non avesse ancora aperto bocca. “Quando avevo press’a poco la tua età incontrai un giovanotto del quale credevo di essere molto innamorata. Ci frequentammo a lungo, ci baciammo spesso, e alla fine ci dicemmo ti amo. Quando tutto sembrava perfetto, lui iniziò a scorreggiare”.

Si fermò, per vedere se le sue parole avevano avuto effetto, e per lasciarle il tempo di replicare. “Davvero?” fece lei, intanto che masticava la cingomma e guardava la gente passare dalla vetrina. “Io proprio non ci riuscivo. Nonostante lui tonasse come il mare in tempesta, io non me la sentivo di fare vento in sua presenza. Secondo me non stava bene”. Con la punta del mignolo raccolse qualcosa all’interno della narice. “Sì, insomma, credevo che una donna non dovesse fare certe cose”. Scosse lentamente le testa. “Ero completamente stupida”. Le dette un’occhiataccia. “Proprio come te, figlia mia”.

Fuori, piazza San Michele era stracolma di gente. Chi viaggiava col gelato in mano, chi scattava foto, chi bighellonava all’ombra dei portici. La ragazza li osservava e intanto mandava messaggi col telefonino. La vecchia continuava. Che la ascoltassero o meno, non le importava più di tanto. “Incontrai un altro, e ci dicemmo le stesse cose, ma proprio le stesse, di quello prima. Lui voleva portarmi a vivere in una casetta vicino a una cartiera. E la situazione non cambiò poi di molto. Anzi, forse peggiorò, perché dalla puzza dei peti, molesta ma innocua e saltuaria, ero passata alla puzza delle fabbriche, che dura tutto il giorno e fa pure male alla salute”. “Davvero? interessante” “Ne trovai uno che si vergognava dei pompini però non si nettava il culo”. Finalmente la ragazza sembrò scossa. “Delle mutande inguardabili. A diciassette anni ebbi un ragazzo che mi presentò alla famiglia e disse a tutti che ero la donna che avrebbe voluto sposare e tenere con sé per il resto dei suoi giorni. Quando lo andavo a trovare a casa sua mi faceva mettere la tuta, perché secondo lui vestirsi in un certo modo non stava bene. Perdeva le bave dietro a una sua amica compaesana che faceva la modella, e quando eravamo al mare tutti insieme lui mi guardava i rotolini di ciccia e la cellulite con profonda compassione. Mi chiedeva in continuazione se potevo toccarlo, una volta, almeno una volta sola. Io ero vergine e me lo ricordo ancora coi pantaloni sbottonati e l’uccello in mano, che me lo puntava contro mentre io scappavo via. Santo cielo, scappavo via!”.

Stavolta però la ragazza era impegnata col telefono, e non disse nulla. “Non ci credi, eh? Allora ascolta. Uno era praticamente perfetto, ma quando si emozionava puzzava come un becco. Il giorno in cui si dichiarò gli dissi che non ne volevo sapere, ma solo perché era impossibile stargli accanto”. “Certo, nonna, certo”.“Figlia, come vedi non ti racconto bugie. La cosa più difficile è passare dalle convenzioni alla vita vera. Ma mi stai ascoltando? Come si chiama il giovanotto che esce con te?” La ragazza, punta sul vivo, le dette un’occhiata di sbieco. La vecchia sembrò impaurita. “Vedi, figlia, il problema non è tanto trovare quello giusto. Il problema è capirsi. Intelligenti o stupidi, belli o brutti, il problema è capire veramente che siamo uomini”.

Ora la ragazza si era alzata. Aveva capelli molto lunghi, di un castano nocciola delizioso. La vecchia si fece piccina. Spalle magre, fianchi torniti, occhi da leonessa. Squisitamente consapevole di essere bellissima. “Figlia, figlia, cerca di capire. Il problema è che gli uomini e le donne scorreggiano, cacano, ruttano…” Lei le porse la mano, la vecchia si ritrasse. “Nonna” “No, figlia, non ti devi offendere… non per questo…” stavolta le mise un braccio sotto la spalla “Nonna, è tardi. Andiamo”. La vecchia ammutolì. Insieme uscirono dal bar e attraversarono piazza san Michele nel sole che muore, una rassegnata, l’altra sollevata. Due passi prima di rientrare alla casa di cura Santa Zita, e prima di consumare l’appuntamento con l’ennesimo fidanzato.

(Nella foto: scimmie al Giardino di Boboli, Firenze)

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